La Nuova Sardegna

Olbia

L’inchiesta

Incendio al cantiere nautico di Olbia: ecco le cause secondo la perizia

Incendio al cantiere nautico di Olbia: ecco le cause secondo la perizia

Il rogo a Cala Saccaia ad aprile, le fiamme avevano incenerito una quarantina di barche e il capannone

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Olbia L’inferno di fuoco a Cala Saccaia era divampato nel primo pomeriggio del 22 aprile 2025. Le fiamme avevano incenerito il cantiere Nautica Acqua divorando una quarantina di imbarcazioni che si trovavano all’interno: yacht, gommoni e super motoscafi di marchi prestigiosi che sarebbero dovuti essere consegnati ai proprietari in vista della stagione estiva. Un incendio disastroso, con un danno di centinaia di milioni di euro. A distanza di nove mesi, è stata depositata alla Procura di Tempio la relazione della perizia eseguita dagli ingegneri Antonio Angelo Porcu, di Cagliari, e Federico Sommella, di Genova, nominati dal procuratore Gregorio Capasso che sta coordinando le indagini. Accertamenti tecnici irripetibili volti a individuare le cause del rogo divampato nel cantiere di via Madagascar, fondato nel 2012 da Raffaele Virdis e dal Gruppo Gaias. L’incendio, da quanto emerge dalla perizia, ha avuto origine da un’imbarcazione della Maori che si trovava nella seconda campata del capannone, anche se non è stato possibile individuare con certezza il punto di innesco in quanto le fiamme lo hanno quasi completamente distrutto. A causarlo, un problema elettrico a bordo, che era stato segnalato nei giorni precedenti all’incendio.

La propagazione delle fiamme è stata velocissima ed estesa per la presenza di materiali altamente combustibili e di numerose imbarcazioni. I periti hanno escluso un’origine dolosa dell’incendio, ma anche difetti di costruzione del natante della Maori (è stata fatta un’analisi comparativa con una barca gemella). Le cause, dunque, vengono ricondotte a un’anomalia elettrica della barca e la responsabilità colposa del rogo viene attribuita alle persone coinvolte nella gestione del cantiere e dell’imbarcazione, in quanto «l’anomalia elettrica era stata rilevata e segnalata nei giorni precedenti all’evento, senza che venissero adottate misure idonee a neutralizzare il rischio», dicono i periti. Inoltre, dagli accertamenti sono emerse una serie di carenze e violazioni alla normativa antincendio che, secondo i periti, avrebbero inciso in maniera determinante sulla rapida propagazione delle fiamme: l’impianto idrico antincendio non era funzionante, né era presente il sistema di rilevazione e allarme antincendio, rilevata anche l’assenza dell’autorizzazione antincendio e di altre certificazioni.

Per l’incendio alla “Nautica Acqua”, la Procura di Tempio ha iscritto cinque persone nel registro degli indagati: il legale rappresentante Stefano Gaias, difeso dall’avvocato Stefano Oggiano, i dipendenti Salvatorica Fodde e Raffaele Virdis, assistiti dall’avvocato Alberto Berardi dello studio Pinelli, di Padova, Federico Azara, legale rappresentante di Maori, difeso dagli avvocati Sebastiano Giaquinto del foro di Napoli e Giampaolo Murrighile. A loro viene contestato l’incendio colposo. Il quinto indagato è Alessandro Idini, che aveva eseguito un intervento di manutenzione nella barca, a cui la Procura contesta il falso. È difeso dall’avvocato Marco Petitta. Sono 31 le persone danneggiate, tra privati e legali rappresentanti di società di charter nautico che hanno perso anche cinque imbarcazioni. Tra i difensori che assistono i proprietari delle barche distrutte, gli avvocati Nino Vargiu, Mariano Mameli, Giovanni Azzena e Domenico Putzolu. Tra i danneggiati l’ex presidente del Coni, Giovanni Malagò e Tommaso Cavalli, figlio di Roberto Cavalli. (t.s.)

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