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Olbia

La storia

Olbia e il bombardamento di 83 anni fa. Tonino Careddu: «I miei nonni morti tra le macerie»

di Dario Budroni
Olbia e il bombardamento di 83 anni fa. Tonino Careddu: «I miei nonni morti tra le macerie»

I ricordi del nipote novantenne di due delle 22 vittime del 14 maggio 1943

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Olbia Dove oggi si sorseggiano caffè e aperitivi al sole, davanti all’acqua che zampilla dalla Trivenere di Varalto, 83 anni fa c’era un enorme cumulo di macerie. Polvere, mattoni e un letto matrimoniale che sbucava dai calcinacci. «Era il letto dei miei nonni, lo ricordo bene. Così come ricordo che i loro corpi furono sistemati in una unica bara. Li trovarono a pezzi». Tonino Careddu, 90 anni, è il nipote di Giovanni Maria Careddu e Marianna Forteleoni, morti insieme nell’esplosione di una bomba che centrò in pieno la loro abitazione. «La casa si trovava esattamente dove oggi c’è il Cafè Matteotti. Infatti la palazzina, che è stata poi ricostruita, è ancora di proprietà dei miei cugini». Nell’anniversario del bombardamento di Olbia Tonino Careddu riavvolge il nastro delle sue memorie e torna indietro fino al 14 maggio 1943: l’Italia fascista è allo sbando e una squadra di 18 bimotori americani B 25 Mitchell, nel primo pomeriggio della vigilia di San Simplicio, decide di prendere di mira la città. Più di 300 bombe da 500 libbre devastano il porto e affondano alcune navi, ma colpiscono anche il municipio, l’Albergo Italia, il mercato civico e numerose abitazioni. Olbia è quasi deserta. Le famiglie si sono rifugiate nelle campagne, ma nelle antiche strade della città qualcuno ancora c’è. E così, alla fine, a morire saranno in ventidue. Tra loro anche i nonni paterni di Tonino Careddu: Giovanni Maria, originario di Luras e con un emporio al posto dell’attuale bar, e la moglie Marianna Forteleoni.

Bombe su Olbia

Quando gli americani bombardarono Olbia, Tonino Careddu, classe 1935, aveva quasi otto anni. Ma in quelle settimane di maggio si trovava in uno stazzo di famiglia dalle parti di Monte Pino. «Ci trasferimmo lì perché sapevamo che, prima o poi, Olbia sarebbe stata bombardata – spiega Careddu, imprenditore ancora oggi particolarmente attivo –. Ricordo che da lassù, il 14 maggio del 1943, riuscimmo a vedere l’arrivo degli aerei americani. Il rumore faceva paura. Anche i miei nonni erano sfollati, se ne andarono infatti ad Azzanì. Però quel giorno dovettero tornare a Olbia per ricevere notizie di un loro figlio, Giovanni, che nel frattempo era stato fatto prigioniero dagli americani a Tunisi, per poi essere trasferito negli Stati Uniti. Per quello i miei nonni si trovavano a Olbia proprio nel giorno del bombardamento, è stata una sfortuna. Passarono nella loro casa e, alle due del pomeriggio, furono sorpresi dalle bombe. Impossibile fuggire: morirono tutti e due e, insieme a loro, anche Marianna Pedde, originaria di Buddusò. Era la moglie del figlio Giovanni. Fu una tragedia e in famiglia ne abbiamo sempre parlato. Purtroppo, però, non fummo gli unici a essere colpiti da questo tipo di lutto. Basti pensare che otto olbiesi morirono dentro il municipio: si trovavano nella zona del porto e si rifugiarono nel palazzo, ma una bomba cadde anche lì. Esiste una fotografia in bianco e nero scattata poco dopo: si vede il municipio completamente sventrato».

Le macerie

Tonino Careddu era un bambino e nel frattempo è passata una vita, ma di quei giorni ricorda praticamente tutto. «Un aereo americano cadde sotto Monte Pino. Il pilota riuscì a mettersi in salvo con il paracadute, poi arrivarono i tedeschi, che ancora non avevano lasciato la Sardegna, e lo portarono via. Non so cosa gli abbiano fatto». Tonino, insieme ai suoi genitori, tornò a Olbia un paio di mesi dopo le bombe. «Era ancora pieno di macerie – ricorda Careddu –. La casa dei miei nonni non esisteva più, era distrutta. In mezzo alle macerie c’era ancora il loro letto. Per fortuna, invece, la casa dove vivevo con i miei genitori, nel quartiere di Sa Rughe, era ancora intatta. Ma la distruzione era un po’ ovunque. La vecchia piazza Crispi, per esempio, era piena di buche. Andavamo lì a giocare. Ed era pieno di fossi anche dove oggi c’è la chiesa della Sacra Famiglia». Pian piano la città fu ricostruita. Stesso discorso per il palazzo Careddu che si affacciava sull’attuale piazza Matteotti. «A pensarci fu mio padre Andrea, che era il più grande dei fratelli – spiega Tonino –. Con i soldi che i miei nonni avevano messo da parte alle poste tirò su il palazzo che vediamo ancora oggi». Gli effetti della guerra, comunque, anche a Olbia si trascinarono per un bel pezzo, soprattutto nella vita quotidiana. «Mio padre aveva una ditta di trasporti – ricorda Tonino Careddu –. Più che altro aveva un camioncino con cui trasportava tabacco, zucchero, stoffe e farina. Aveva un appalto statale. I tempi erano quelli che erano e, per un periodo, per il carburante utilizzava quello recuperato dai pescatori in fondo al mare. Con il bombardamento fu infatti affondata una nave piena di fusti di benzina e i pescatori li recuperavano e li rivendevano. Tutto in maniera clandestina, naturalmente. Mio padre li nascondeva in una buca scavata nel cortile di casa. Altri tempi. Sempre in quel periodo, per esempio, molti pescatori andavano a pescare direttamente con le bombe. Piccoli ordigni ricavati da tutto ciò che la guerra aveva lasciato in città. Procurarsi dell’esplosivo era piuttosto facile. Uno dei quei pescatori, un Deiana Coscedda, morì addirittura su una barca. Forse la bomba gli scivolò dalle mani».

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