La Nuova Sardegna

Olbia

La tragedia

Le fiamme, il panico, i tredici morti: l’incendio di Milmeggiu 37 anni dopo

di Lorenzo Musu

	A sinistra Tonino Nieddu, testimone del rogo del 1989
A sinistra Tonino Nieddu, testimone del rogo del 1989

San Pantaleo, il ricordo del devastante rogo del 28 agosto 1989. Il testimone: «Mia madre si salvò in mezzo al fuoco»

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San Pantaleo «Il maestrale implacabile, una fiamma dalla chiesa di Santa Chiara e l’elicottero antincendio della Costa Smeralda che non riesce a decollare. Basta poco per il disastro». Il 28 agosto 1989, esattamente 37 anni fa, da Milmeggiu partì un incendio che avrebbe raggiunto Portisco, passando per Domus de Pedra. Quel pomeriggio persero la vita tredici persone, tre i bambini. Tonino Nieddu, memoria storica di San Pantaleo, professore in pensione e ai tempi consigliere comunale, è tornato nei luoghi della trappola mortale dove si consumò la tragedia. Un piccolo spiazzo che non lasciò scampo ad auto e persone in fuga. Per ricordare, con il cuore ancora in gola, una delle pagine più dolorose della storia isolana: «Un senso di impotenza che mi porterò per sempre dietro».

Tra le fiamme

Da San Pantaleo, lungo la provinciale 73, si arriva fino a Domus de Pedra. Accanto al cippo che ricorda la tragedia, due pietre segnano l’ingresso della stradina sterrata che porta allo spiazzo dove si formò il blocco delle auto. «Qua ci sono le ville – spiega Tonino Nieddu –. Mia madre, Antonia Azara, ne custodiva alcune. Una apparteneva a Rosa Calvi, vedova del direttore d’orchestra Pino Calvi». Quel giorno Antonia Azara, superstite della tragedia e rimasta con il fardello della disgrazia fino all’ultimo dei suoi giorni, a 92 anni, quasi si gettò tra le fiamme per correre in aiuto di Rosa Calvi, del tutto ignara. «Trovò una situazione tremenda – ricorda l’ex consigliere comunale –. Persone nel panico e mezzi ammassati. Mamma prese Rosa e insieme entrarono nell’ultima delle auto in fila». Il fuoco avanzava spaventoso spinto dal vento, le speranze di uscire vivi da quella lingua di fuoco sembravano pari a zero. In auto con loro anche Maria Sessa, di Napoli, trentenne incinta, insieme al figlio di due anni, Giuseppe D’Amato. «Erano gli ultimi. Maria scese d’istinto dall’auto con il suo bambino ed entrò in quella che si trovava davanti – ricorda Tonino, indicando il punto esatto –. L’auto avanzò, ma senza riuscire a superare la salita. La coda si fermò e furono travolti dal fuoco». Antonia Azara, nella confusione, pensò che la mamma e il bambino avessero raggiunto la provinciale. Aspettò che il fuoco superasse l’auto in cui si trovava e, illesa, scese insieme alla signora Calvi. «Mia madre – prosegue Tonino – a quel punto ragionò come gli antichi agricoltori: lu focu, undi è passatu, no passa più». Il fuoco, dove è già passato, non passa più. Così, in mezzo al fumo e senza quasi riuscire a respirare, Antonia e Rosa percorsero a piedi due chilometri sui carboni ancora ardenti, seguendo le fiamme giù fino a Portisco. «Arrivate, con i capelli e le gambe bruciate, mamma offrì una caramella ormai sciolta nella plastica alla signora Calvi». Da una parte la felicità per lo scampato pericolo, dall’altra il dolore. «Mentre avanzavano verso Portisco – prosegue Tonino, scrutando oltre le prime ville della zona – videro un tedesco che fotografava il fuoco. Mia madre lo invitò a seguirle, ma lui non lo fece. Forse non capì, lo trovarono morto l’indomani». Sui vetri di quella che era la casa del giovane tedesco trovarono i segni lasciati dalle mani. Forse provò a cercare rifugio, senza però riuscirci.

Il ricordo di Tonino

«Facevo il consigliere comunale, a Olbia – racconta Tonino Nieddu –. Quel pomeriggio ero ad Arzachena, mi fiondai a San Pantaleo appena venni a sapere dell’incendio. C’era il caos, poi arrivò la notizia di due presunti compaesani morti. Erano mia cugina, Francesca Pileri, e il marito Giovanni Deiana, gravemente feriti. Li trovarono all’incrocio di Domus de Pedra, ma morirono poco dopo essere stati trasportati al Centro grandi ustionati di Palermo. Il giorno dopo andai in cimitero, vidi tutte le bare. Davanti a me un ceppo, simile a un arbusto, grande meno di un metro. Mi dissero che era una persona. A Olbia intanto arrivò Umberto D’Amato, marito di Maria e padre del piccolo Giuseppe. Lo portai in piazza, dove nel frattempo erano state trasportate le bare. Restò fermo, rifiutava di aver perso la sua famiglia, non voleva crederci. Tra le vittime anche una famiglia milanese, i Secchia, che ricordai in una seduta del consiglio comunale il giorno dopo. Erano quattro: Paola Vitelli Secchia, i figli Barbara e Filippo e la madre Anna Romano. Il bambino era compagno di giochi di mio figlio. Ancora oggi provo un senso di vuoto, un senso di impotenza».

Per non dimenticare

L’incendio di Milmeggiu ha lasciato un segno indelebile, una cicatrice ancora oggi aperta. Per ricordare le vittime del fuoco fu ideata la “Grande danza”, un evento internazionale, proseguito fino al 2019, che ha ospitato maestri del calibro di Carla Fracci. Una delle vittime, Erica Salis, moglie del responsabile del servizio antincendio della Costa Smeralda, Gianni Mannucci, era infatti un’insegnante di danza classica. Nel libro “San Pantaleo, la magia di un borgo incantato”, appena pubblicato, l’autore Fausto Geromino ricorda il rogo come «tra le più gravi tragedie nella storia della Sardegna». Poco dopo nacque l’associazione Agosto 89, oggi un pilastro della protezione civile gallurese. «Tanto è stato fatto, ma non basta – riflette Tonino Nieddu –. La strada dove si è sviluppato l’incendio, per esempio, è ancora la stessa. Serve ricordare, ma serve anche la prevenzione».

La commemorazione

Oggi, dunque, il ricordo delle tredici vittime: Giuseppe D’Amato (2 anni), Filippo (10) e Barbara Secchia (16), Maria Antonietta Sessa (30), Elisabeth ed Helmut Heinz Hungerer (entrambi 38), Paola Vitelli Secchia (44), Maria Pia Lo Muscio (51), Erica Salis Mannucci (55), Francesca Pileri (58), Guido Ardizzone (63), Anna Romano (66) e Giovanni Deiana (66). Alle 17.30 l’incontro nella piazza di San Pantaleo, alle 18 la deposizione delle corone di fiori in cimitero e alle 18.30 sul cippo di Milmeggiu. Alle 19, infine, la messa in chiesa.

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