Giuliano Marongiu, il re delle piazze: «Ho fatto cantare tutta la Sardegna»
Il conduttore si racconta: «Nato a Varese, sono arrivato a Ovodda a 6 anni. Il primo compenso: 300mila lire per una serata, una fortuna» I suoi idoli: Baudo e Carrà, e poi Fiorello e Cucciari
È il re della piazza. Non c’è paese nell’isola - anzi, vedremo, uno c’è - in cui lui non abbia portato i suoi spettacoli, la sua musica, il suo entusiasmo contagioso. Sono ormai 35 anni che Giuliano Marongiu, sardo di Ovodda anche se nato in Lombardia, è il simbolo della Sardegna che canta, che balla, che sventola il vessillo della tradizione e della identità. Da nord a sud, dalle città ai paesi più piccoli, dalle grandi manifestazioni di popolo alle più minute sagre paesane.
Giuliano, come nasce la sua passione per il palcoscenico?
«È innata. Forse fiorisce da una voglia di riscatto da una parte e di realizzazione dall’altra. Io nasco a Varese, figlio di un emigrato sardo con mamma bergamasca. Ci siamo trasferiti a Ovodda quando avevo 6 anni. Se guardo indietro alla mia infanzia vedo un bambino, un ragazzino malinconico. In qualche modo quel desiderio di superare la malinconia, la timidezza, la riservatezza doveva esplodere. Ecco, ho vissuto il mio lavoro come arma di difesa e affermazione di esistenza».
Ma come è diventato il re delle piazze?
«È avvenuto tutto per caso. A Ovodda organizzavano un Cantabimbo, doveva presentarlo mia sorella, ma all’ultimo non se la sentì. La gente era già in piazza, i bambini erano pronti a salire sul palco: gli organizzatori erano disperati. Vennero a casa mia: “devi condurre tu, qua si sta consumando un dramma”. E così mi ritrovai catapultato su questo palcoscenico. Ma è stata subito come una magia».
Un presentatore per caso.
«Sì, e pochi giorni dopo ricevetti la chiamata di Nino Fais, del Centro spettacoli di Tonara. “Mi hanno detto che sei bravo, disinvolto, stiamo cercando un presentatore per il festival del cabaret. Purtroppo posso darti solo 300mila lire a sera”. Ai tempi ero all’università e lavoricchiavo per farmi le fotocopie, neanche per comprarmi i libri. Figuriamoci quando ho sentito che mi avrebbero dato 300mila lire a serata per tre. In tutto 900mila lire: mi è sembrata una manna. Diciamo che più che per il sacro fuoco del palcoscenico ho accettato per il bisogno. Ma quella è stata una occasione unica. A vincere il festival fu Lapola, e sul palco mi ritrovai Giorgio Panariello che non era ancora il mattatore di oggi, Benito Urgu che era una autorità assoluta e Nino Frassica reduce da Indietro tutta».
Quando ha detto: questo è il mio lavoro?
«Quasi subito ho capito che poteva diventare un lavoro, ma sapevo di dover lottare. Nino Fais mi disse: “non posso fare l’impresario di un presentatore”. E così mi sono creato una figura che ancora non esisteva, quella dell’intrattenitore, dell’animatore. Siamo in un’epoca pre-karaoke. Quelli che adesso sono format di successo, ai tempi erano situazioni che creavo io coinvolgendo le persone, rendendole protagoniste. Come la parodia del Musichiere con una pentola e due mestoli».
Al suo successo ha contribuito anche la televisione.
«Non avevo mai visto una puntata di “Sardegna canta”. Una sera a Sorgono venne come ospite Anna Maria Puggioni, che mi disse: “tu hai qualcosa di speciale, parlerò con una persona”. Era Gianni Medda, patron di Sardegna canta, che mi volle conoscere e mi disse: “ora il presentatore ce l’ho, ma se domani dovesse servirmi ti chiamo”. E così fu, anche se 4 o 5 anni dopo. Prima puntata di Sardegna canta a Erula».
Quante puntate ne ha fatto?
«Dal 1999 non mi sono più fermato. Prima Sardegna canta su Videolina, poi Buonasera Sardegna, Anninnora e Ammentos su Sardegna 1. Senza contare tutte le declinazioni in piazza».
Quante piazze ha toccato?
«Tutti i comuni tranne uno. Sono stato anche in frazioni come Pardu Nou, Tisiennari, Acquacadda, ma mai a Sestu, che è il comune in cui sono residente e abito».
La piazza a cui è più legato?
«Più che un piazza un evento. La gara di solidarietà per l’alluvione di Villagrande Strisaili: andammo in diretta per 15-16 ore e raccogliemmo 200mila euro. Venne anche Cossiga».
Al Capodanno di Sassari i conduttori sono finiti nella bufera per alcune battute fuori luogo: le è mai capitata una serata no?
«Onestamente no. Parto da un mio modo di essere, una regola non scritta che mi riconoscono tutti: quando ho qualcuno sul palco lo devo fare sentire a casa. Al di là di questo, le situazioni di imbarazzo possono capitare. Non entro nel merito di Sassari, ma mi è dispiaciuto si sia parlato più di quello che del concerto meraviglioso di Max Pezzali, come lo sono stati tutti i Capodanni: io ero a Tortolì con Benji e Fede».
Tra tanti personaggi incontrati il ricordo più bello?
«Raffaella Carrà, solare, generosa, in lei ho visto la grandezza. E poi Pippo Baudo: aveva una grande attenzione per la Sardegna e per qualsiasi persona si trovasse di fronte».
E qualcuno che l’ha delusa?
«Tendo a rimuovere le persone che mi deludono. Io ho ricevuto le pugnalate più grandi da alcuni a cui ho dato opportunità importanti. Persone comuni, non personaggi».
Con chi le piace dividere il palco?
«Mi piace questo ritorno alle feste di piazza, con i gruppi etnici che fanno ballare le persone. Mi piace annullare le distanze con il pubblico. Quanto agli artisti sicuramente Maria Luisa Congiu, Maria Giovanna Cherchi. Benito Urgu con cui ho un’intesa perfetta. E poi Roberto Tangianu e Peppino Bande, due artisti con i quali collaboro da sempre: rispettano le nostre radici ma le seminano di talento e innovazione con un linguaggio che produce bellezza e cultura. Ora stiamo lavorando al progetto “Paesaggi sonori”. Tra i nazionali adoro Grazia Di Michele».
Ha un modello?
«Baudo e Carrà sono stati sempre i miei esempi. Mi piace Fiorello. E poi Geppi Cucciari, tra i personaggi più interessanti di sempre. Le voglio un gran bene, tra noi c’è affetto sincero». Hai mai pensato al salto alla ribalta nazionale? «Non ho mai fatto nulla, nessun tentativo, perché è evidente che quello che faccio mi appaga. Non ho mai sentito questa esigenza».
Un augurio ai sardi per il 2026?
«Che non smettano mai di guardare con rispetto alla loro storia, alle nostre unicità, ma con quel piacere di guardare al tempo che arriva con più fiducia, apertura, sentimento di unità. Lo stare insieme ci rafforza».

