Padre Salvatore Morittu, mezzo secolo con gli ultimi: «Le vite sbagliate non esistono»
Il frate francescano in prima linea nelle Comunità: «Attenzione alle nuove dipendenze e all’Aids, i contagi sono in aumento»
Frate francescano e sacerdote, laureato in teologia biblica e psicologia, ma più di tutto “uomo di strada”, sempre vicino agli ultimi, Salvatore Morittu ha portato il Vangelo fuori dai recinti ecclesiastici, dentro le contraddizioni del suo tempo nelle quali, per primo, si è immerso senza sconti. Nato a Bonorva nel 1946, ha vissuto e studiato tra la Toscana, Roma e Gerusalemme, ma ha anche lavorato in Francia, Belgio e Olanda. Alla fine è tornato in Sardegna, dove ha trovato il suo posto nel mondo: accanto ai tossicodipendenti, agli emarginati, ai malati di Aids, ai “cavalli zoppi”.
Ha fondato le comunità di San Mauro a Cagliari e di S’Aspru nelle campagne di Siligo, la Casa Famiglia Sant’Antonio Abate di Sassari e l’Associazione Mondo X – Sardegna, in una terra che per lui è luogo da abitare, interrogare e da cui continuare a imparare.
Che Sardegna l’ha fatta diventare quello che è?
«Una Sardegna che ho sentito sempre dentro di me. Ma che ho anche dovuto riscoprire. Sono l’ultimo di quattro figli. Una famiglia di pastori, ben radicata nella terra, dove si lavorava tutti e si misurava tutto sulle stagioni. Non c’era abbondanza, ma c’era sicurezza. Dentro quei ritmi, quei valori, crescendo ho ritrovato una compiutezza, una pace, che cerco di donare a chi cammina insieme a me».
La vocazione nasce presto?
«Io sento di essere nato frate. Ma la vocazione non è mai solo un fatto interiore. Passa attraverso incontri concreti: una maestra socialista, in anni in cui socialismo e ateismo erano sinonimi, che convinse la mia famiglia a non spegnere la mia attitudine allo studio; un giovane religioso capace di stare tra la gente. Poi il seminario francescano, le scuole a Bonorva e a Sassari, un percorso severo. Ma sempre da mettere in discussione».
Quanto hanno contato lo studio e la formazione culturale?
«Moltissimo. Senza studio non reggi l’urto della realtà. La fede senza pensiero diventa fragile. Io ho sempre avuto bisogno di capire, di leggere, di confrontarmi. Spesso in maniera inquieta. Di rompermi e di ricompormi».
Il noviziato alla Verna è stato uno spartiacque.
«La proposta di vita che si svolgeva alla Verna rappresentò per me uno shock. Un vero rito di iniziazione. Duro, faticoso, austero, anche sul piano fisico. Oggi direi che mancano questi passaggi alla maturità. Senza attraversare la fatica non si cresce. Io lo paragono spesso al percorso di un drogato che affronta la crisi di astinenza senza farmaci: soffre, ma sente che sta facendo qualcosa di decisivo, come attraversare un fiume per raggiungere l’altra sponda».
Negli stessi anni sperimenta anche il lavoro manuale.
«Sì. In Francia, Belgio e Olanda. Lavoravo come manovale. Salario zero, ma vitto e alloggio garantito. È stata un’esperienza di spoliazione. E un modo per sfogare la mia necessità di mettermi alla prova».
Gli anni del Concilio e del ’68 che segno hanno lasciato?
«Sono stati uno tsunami. Tutto veniva messo in discussione, anche dentro i conventi. Molti se ne andarono. Io no. È lì che ho scoperto davvero San Francesco e, attraverso di lui, Cristo nella sua umanità. Essere frate voleva dire stare dentro la vita, non separarsene».
Poi la specializzazione all’istituto Biblico di Gerusalemme: resta centrale nel suo percorso?
«Sono partito con il saio, lo zaino e la chitarra. Ho vissuto nei quartieri palestinesi, ho studiato l’ebraismo. Conosco Gerusalemme come la Sardegna. Quello che accade oggi riflette contraddizioni mai risolte: identità ferite, radicalizzazioni, violenza. La pace è una priorità, ma c’è molto che ci si ostina a non capire».
E ancora una laurea in psicologia a Roma.
«Che mi ha dato gli strumenti per leggere il dolore umano. Ho studiato psicologia clinica e lavorato nei consultori familiari. La tesi sul manicomio, mentre ufficialmente stava chiudendo ma in realtà era ancora in piena attività, mi ha mostrato quanto la società continui a isolare ciò che non comprende».
Quell’esperienza ha inciso sul suo modo di stare con gli ultimi?
«Sì. Mi ha insegnato che non esistono vite sbagliate, ma vite ferite. E che senza strumenti culturali e umani non si aiuta nessuno».
Il ritorno in Sardegna?
«Tornai frantumato. Ma nella mia terra sono riuscito a rimettere insieme i pezzi. Ho sempre avuto un forte senso di sardità, ma ho scoperto che era solo una cornice da riempire. L’ho fatto vivendo la terra, la storia, le sue contraddizioni. Studiando, tanto. Come sempre ho fatto».
Perché le comunità?
«Non mi ero preparato per lavorare con i drogati. La svolta arriva quando padre Dario Pili, allora provinciale dei francescani in Sardegna, mi chiese di farmene carico, raccogliendo l’intuizione di padre Eligio Gelmini. Lì ho trovato la quadratura del cerchio. Nasce San Mauro a Cagliari, in città, poi S’Aspru in campagna. In quel contesto fatto di stagioni, natura e ritorno alla terra – una delle nostre impagabili ricchezze – si crea il luogo perfetto per esplorare le profondità di ognuno di noi».
Chi sono oggi gli ospiti di S’Aspru?
«Sono persone con storie diverse, ma con una stessa fragilità di fondo. Accanto alle dipendenze da sostanze, oggi affrontiamo sempre più spesso le nuove dipendenze: ludopatia, dipendenze comportamentali, gioco online. Cambiano le forme, ma resta il vuoto che le genera. E a quel vuoto bisogna rispondere con relazioni, tempo, responsabilità».
Cosa le ha insegnato il lavoro quotidiano in comunità?
«Che non esistono scorciatoie. La relazione cura più delle parole. E che bisogna saper restare».
Accogliere malati di Aids negli anni Ottanta?
«È stato un passaggio inevitabile. Nessuno li voleva. A Sassari abbiamo aperto la Casa Famiglia Sant’Antonio Abate, l’unica struttura socio-residenziale nell’isola per persone con Hiv e patologie correlate. In quello stesso percorso nasce anche l’Associazione Mondo X – Sardegna».
Oggi l’Aids torna a preoccupare.
«Sì. Per la prima volta dopo anni i contagi sono in aumento. È un dato che non può essere sottovalutato. È legato a una sessualità non matura e a una quasi totale mancanza di informazione. Abbiamo abbassato la guardia, ed è molto pericoloso».
Allora c’era paura, oggi c’è ancora stigma?
«Sì, cambia forma ma resta. La paura dell’altro è sempre la stessa. Per questo l’accoglienza non è mai una conquista definitiva».
Che tempo stiamo vivendo oggi?
«Non un’epoca di cambiamenti, ma un cambiamento d’epoca. Con una grande povertà di pensiero. Questo rende tutto più fragile. Oggi la difficoltà è che se sei possessore di un pensiero debole rischi di non riuscire a mettere insieme le opportunità che la vita ti offre. Magari in maniera disordinata o poco leggibile».
I giovani cosa cercano?
«Di sicuro non hanno punti di riferimento. Siamo una società orfana di padri. Indispensabili, anche solo per poterli mettere in discussione».
Che responsabilità ha oggi il mondo adulto?
«Quella di non scappare. Di esserci. Anche sbagliando, ma restando».
La pace da dove comincia?
«Dalle relazioni quotidiane. Non basta essere contro la guerra. Bisogna diventare portatori di pace, in ogni atto, ogni giorno».

