La Nuova Sardegna

L’intervista

Il capo della Protezione civile: «Il sistema ha funzionato bene e abbiamo evitato i morti»

di Luigi Soriga

	Fabio Ciciliano e la direzione generale della Protezione civile <em>(foto Rosas)</em>
Fabio Ciciliano e la direzione generale della Protezione civile (foto Rosas)

Fabio Ciciliano traccia un bilancio dopo il ciclone Harry

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Sassari Un tempo si chiamavano eventi eccezionali. Oggi sono diventati quasi una normalità: cicloni, bombe d’acqua, mareggiate fuori scala. Fabio Ciciliano, Capo del Dipartimento della Protezione Civile, guarda il ciclone Harry come una prova generale del futuro e racconta come è cambiata la macchina dei soccorsi di fronte a un’emergenza che non è più episodica.

Il ciclone Harry ha colpito il Sud Italia e la Sardegna con caratteristiche inedite. Che evento è stato?

«Prima di tutto bisogna ragionare sul fenomeno in sé, perché si tratta di qualcosa che, nel passato non tanto recente, non si era mai verificato in Italia, soprattutto nel Sud. In alcune zone, anche in Sardegna, in tre giorni è caduta una quantità di pioggia pari a quella di sette-otto mesi. Questo è già un elemento tutt’altro che secondario. A questo si sono aggiunte mareggiate eccezionali: sono state registrate onde superiori ai 9 metri e mezzo, un’altezza paragonabile a un palazzo di tre o quattro piani. Immaginiamo la violenza di una massa d’acqua di questo tipo che impatta sui litorali».

Eppure, nonostante l’entità dell’evento, si sono evitate le conseguenze più gravi.

«Siamo abituati, purtroppo, a contare i morti perché fanno notizia. Quasi mai si contano i morti evitati grazie ai comportamenti corretti. Questo, secondo me, è il punto centrale. Il sistema di protezione civile, attraverso il Dipartimento nazionale ma anche grazie ai sistemi regionali, ha espresso un livello di salvaguardia altissimo. La Sardegna, in particolare, è l’unica regione italiana ad aver istituito le aree d’ambito: una scelta molto intelligente perché uniforma le zone dal punto di vista delle caratteristiche territoriali e facilita la pianificazione. Insieme alle Prefetture e ai Comuni, questo ha consentito di mantenere un livello di attenzione e prevenzione elevatissimo. È anche per questo che non ci sono state perdite di vite umane».

I Centri operativi comunali attivati sono stati tantissimi.

«Esatto. I numeri danno la misura dell’impegno messo in campo: 100 Centri operativi comunali in Sardegna, 51 in Calabria, 304 in Sicilia, per un totale di 455. È un numero enorme, che però racconta quanto sia stata forte l’azione preventiva. A questi vanno aggiunti i Centri di coordinamento dei soccorsi delle Prefetture, le strutture regionali di Calabria, Sicilia e Sardegna, l’Unità di crisi e il Dipartimento nazionale. Una struttura molto articolata che ha funzionato».

Negli anni passati la Protezione Civile interveniva soprattutto in modo reattivo. In questo caso, invece, lo scenario era noto in anticipo. La prevenzione fa la differenza.

«È vero. I sistemi di allerta precoce sono strumenti fondamentali, ma da soli non bastano. Sono sistemi sensoristici che forniscono dati, ma poi quei dati devono integrarsi con la pianificazione. Faccio un esempio concreto, proprio in Sardegna: la diga di Nuraghe Arrubiu ha raggiunto livelli critici a causa delle piogge. L’acqua era arrivata allo sfioro e c’era il rischio che il Flumendosa si innalzasse, con possibili allagamenti del paese di Ballao».

Come è stata gestita quella situazione?

«Grazie al monitoraggio continuo e alla pianificazione. Era stata ipotizzata anche l’evacuazione parziale del paese, ma non è stato necessario perché il controllo costante dei livelli ha consentito di gestire correttamente lo scarico della diga. Questo è il vero vantaggio di un sistema avanzato di protezione civile: evitare di arrivare all’emergenza vera e propria».

Anche lungo le coste sono state effettuate evacuazioni preventive.

«Sì, perché quando sai che arriva una mareggiata, puoi stimare l’altezza e il periodo dell’onda, cioè quante onde arrivano in un certo intervallo di tempo. Questo serve a valutare l’effetto meccanico dell’acqua e, per precauzione, a evacuare alcune zone costiere».

In queste valutazioni entra in gioco anche l’intelligenza artificiale?

«I sistemi regionali utilizzano anche l’Ai, soprattutto per il calcolo. Non si tratta di intelligenza artificiale generativa, ma di strumenti che accelerano enormemente i tempi di elaborazione. Questo consente di agire più rapidamente, con maggiore precisione. Ed è un fattore decisivo».

Cicloni, bombe d’acqua, ondate di calore: stiamo entrando in un nuovo standard dell’emergenza?

«Assolutamente sì. Oggi la Protezione Civile non interviene più solo dopo terremoti o grandi eventi tradizionali. Qualsiasi crisi che impatti sulla popolazione civile diventa un tema di protezione civile, indipendentemente dal rischio che l’ha generata. Venti anni fa, per esempio, l’accoglienza dei cittadini ucraini in fuga dalla guerra non sarebbe stata considerata un’attività di protezione civile. Oggi lo è, a tutti i livelli».

Il Paese e i cittadini sono pronti a questo cambiamento culturale?

«Secondo me sì, perché questi eventi sono sotto gli occhi di tutti e si ripetono. Anche chi non è particolarmente sensibile al tema climatico non può ignorare la realtà. La consapevolezza è cruciale: se conosco il rischio, so come comportarmi».

Che cosa vi ha insegnato l’esperienza del ciclone Harry?

«Che la filiera ha funzionato. I sistemi territoriali hanno lavorato insieme, scambiandosi informazioni. Nessuno è rimasto solo: né i Comuni, né i sindaci, né i prefetti, né le Regioni. C’è però ancora da lavorare sull’informazione di emergenza, perché alcune persone continuano a sottovalutare il rischio. E chi ha incarichi di responsabilità deve dare sempre l’esempio, invece di fare i selfie in mezzo al disastro. Per fortuna ci sono i figli a insegnare ai genitori i comportamenti giusti. È lì che nasce la vera prevenzione: dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura». 

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