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La storia

La negoziante di Sassari chiude la bottega dopo 50 anni: «Ho detto basta, non si poteva andare avanti»

La negoziante di Sassari chiude la bottega dopo 50 anni: «Ho detto basta, non si poteva andare avanti»

Valentina Carta racconta la sofferta decisione di abbassare per sempre la saracinesca dello storico punto vendita di alimentari

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Sassari Una storia come tante, in questo periodo, cambia la città ma il copione è sempre lo stesso: il piccolo negozio al dettaglio che non ce la fa più e si arrende. È successo anche in via Capo d’Oro, nel cuore del centro storico di Sassari, dove il 31 dicembre Valentina Carta ha abbassato per l’ultima volta la serranda del suo alimentare: un punto di riferimento nato nel 1978 e diventato in quasi 50 anni, una presenza quotidiana per chi vive e lavora nella zona. La decisione è arrivata dopo mesi di fatica e di conti sempre più difficili da far tornare.

Il calo delle vendite

«Nell’ultimo anno e mezzo c’è stato un calo drastico delle vendite – racconta Valentina Carta-. La differenza si vedeva soprattutto nel pomeriggio e in serata quando prima al centro c’era molto più movimento. La mattina bene o male si lavorava abbastanza bene, la sera non c’era un’anima. Prima molte volte la sera facevo degli incassi che a volte superavano anche quelli della mattina. Poi tutto è cambiato». A pesare anche la difficoltà nel gestire la vita familiare. «Sono madre di due bambini e devo dire che sono arrivata quasi all’esaurimento L’attività, comunque, la devi aprire tutti i giorni, non puoi rimandare l’apertura», racconta. E quel ritmo, alla lunga, diventa una gabbia: «Se la gente arriva e non ti trova perché è chiuso poi la perdi. E allora bisognava tenere sempre la serranda alzata».

Grandi sacrifici e pochi clienti

«Mi chiedevo cosa fosse successo. All’inizio ho anche vissuto po’ male e mi domandavo. Ho pensato anche che potessi essere io il problema». Poi è arrivata una consapevolezza diversa: «Il centro cittadino ormai è vissuto pochissimo. C’è sempre meno gente che ci vive». A rendere ancora più complicata la situazione, poi, ci sono i costi fissi. Per un’attività che vive di margini piccoli, ogni aumento vale il doppio. «Il locale non era il mio, quindi anche l’affitto diventava quasi insostenibile. Per non parlare delle bollette, da quando ci sono stati i rincari sono arrivata a pagare 2000 euro per la luce, e prima al massimo a 300, 400 euro». E intanto aumentavano anche i prezzi dei prodotti, con un effetto a catena difficile da gestire senza scaricare tutto sui clienti. «Tutti i prodotti sono aumentati, ma io cercavo di incrementare di pochi centesimi. Perché alla fine anche io sono cliente di altri e so bene come funziona». Nonostante tutto, i clienti affezionati non sono mancati fino all’ultimo. «Loro tutti i giorni mi hanno mandato un sacco di messaggini molto confortanti, altri invece sono spariti».

Bilancio al limite

Il bilancio finale, per lei, è quello di chi ha resistito finché ha potuto. «Il bilancio a fine mese era sempre al limite. Ho avuto problemi al frigorifero, ho dovuto chiamare l’assistenza e sono soldi. Finché incassi bene è un conto, quando sei troppo giusto li devi togliere da un’altra parte». E adesso? La chiusura è recente, il distacco ancora difficile. «Da quando avevo 19 anni faccio questo lavoro, quindi oggi che ne ho 42 non è facile ripartire da zero». Sul futuro non esclude nulla, nemmeno l’idea di rimettersi in gioco come commerciante. Il legame con il centro storico resta forte, ma ammette che, se dovesse riaprire, forse non sarebbe nella stessa zona: «Magari sempre una zona centrale ma non più lì». E intanto resta una convinzione, quasi un appello: per far tornare vita nel centro una cura profonda. «Ci vuole molto più amore verso la propria città perché negli ultimi venti anni il centro è stato abbandonato. Noi possiamo aprire anche mille negozi ma se non si creano le condizioni per portare la gente ad abitarci i negozi rischiano di chiudere».

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