Anna Maria Cossiga racconta il padre Francesco, l’uomo bianco e l'uomo nero: «Era bipolare, ha combattuto tutta la vita con la depressione»
L’intervista alla figlia dello statista sassarese, dal rapporto con Berlinguer alla colazione con Papa Wojtyla
«Mio babbo? Curioso, severo ma anche simpaticissimo. Sorprendente. E un po’ matto. Nel senso letterale: era bipolare. E il fatto che ne parlasse pubblicamente, raccontando nelle interviste dell’omino bianco e dell’omino nero, è stato per i tempi rivoluzionario».
Anna Maria Cossiga parte da qui. Antropologa e docente di antropologia culturale e geopolitica, figlia maggiore di Francesco Cossiga, apre il libro dei ricordi senza reticenze. La parrocchia di San Giuseppe a Sassari, gli anni di piombo, l’omicidio Moro, il Quirinale, i rapporti con Berlinguer, Andreotti, Craxi e Berlusconi, i pranzi con l’allora cardinale Ratzinger e la colazione con Papa Wojtyla. E insieme le casette di carta, gli aquiloni, le spese al supermercato, le gite in montagna e l’amore per le “piccole patrie”, a cominciare dalla Sardegna.
Che ricordi ha di Sassari?
«Tantissimi. Ci ho vissuto fino a sette anni. Ma ci sono sempre tornata. Nel primo periodo del trasferimento a Roma ogni fine settimana. E ancora oggi vengo tutti gli anni, a trovare parenti e amici».
E di suo padre a Sassari?
«Era già deputato quando ero piccola. Tornava solo il fine settimana. La mamma diceva che dovevamo fare silenzio perché era stanco. Quando si svegliava si metteva a ritagliare cartoncino bianco e costruiva delle casette tridimensionali, con le finestrelle e la plastica al posto dei vetri. Era bravissimo. E ci insegnava tutte le bandiere del mondo. Aveva un libretto dove ce le faceva disegnare e voleva che le sapessimo riconoscere».
E gli aquiloni a Platamona?
«Quelli li costruivamo con mia madre. Andavamo dalla signora Domenichina, in via Enrico Costa, che vendeva di tutto. Compravamo fogli colorati, raccoglievamo le canne e andavamo al mare a farli volare».
In poche centinaia di metri vivevate voi, i Segni, i Berlinguer. Vi frequentavate?
«Berlinguer non l’ho mai incontrato, nonostante mio padre lo stimasse moltissimo. Era un rapporto politico, non di “cuginanza”. Con i Segni ci frequentavamo. Andavamo insieme in vacanza sulle Dolomiti, a Misurina. Uno dei figli di Antonio, Giuseppe, è stato il nostro pediatra a Roma. E devo confessare che del più piccolo, Mariotto, da bambina ero segretamente innamorata».
Frequentava anche lei la chiesa di San Giuseppe, con monsignor Giovanni Masia?
«Certo. Mio padre ci portava a incontrarlo ogni domenica. Lì ho fatto comunione e cresima. È stata una figura molto importante per babbo, e sicuramente gli ha contagiato l’amore per i filosofi cristiani. Babbo era profondamente cattolico. Per questo non fu massone, nonostante suo nonno Francesco fosse un “grado trentatré” di rito scozzese. E nonostante nel grande clan sassarese, antifascista e repubblicano, quasi tutti lo fossero».
Con lei la conversione non riuscì.
«Mio padre diceva che ero la sua “bolscevica”, perché votavo comunista. Sono sempre stata di sinistra, anche adesso, sempre che la sinistra esista ancora».
A sette anni il trasferimento a Roma.
«Sì, quando divenne sottosegretario alla Difesa. Andammo a vivere alla Balduina, in una casa in affitto. Per me e mio fratello la magia era il supermercato, che a Sassari non c’era. Era come un luna park. Mi ricordo che babbo comprava casse di un succo d’uva dell’Alto Adige di cui era fissato. Ne prendeva dieci bottiglie alla volta».
Il classico dalle suore irlandesi.
«Io volevo fare il linguistico, ma su questo babbo era stato irremovibile. Però mi appoggiò quando decisi di ritirarmi e fare l’esame da privatista».
Cosa era successo?
«Le suore mi avevano visto fumare dalla finestra e mi avevano fatto una piazzata incredibile. Lui si arrabbiò moltissimo, ma con loro, non con me. Lì ho capito che non era così bigotto come voleva farci credere».
Erano anni di contestazione durissima contro Cossiga.
«Quello non gli pesava. Era convinto di essere nel giusto. Anni dopo, con un amico gallerista, ho fatto una mostra a Londra con le fotografie di tutte le scritte sui muri contro di lui: “Kossiga” con la kappa, “Cossiga babbeo”. Lui si divertì moltissimo».
Poi, il 16 marzo 1978, alle 9.25, il rapimento Moro.
«Sono stati bravissimi a non farci mai avere paura. Andavamo a scuola con la scorta, ogni mattina una macchina diversa, una strada diversa. Il sabato, se c’erano manifestazioni, non potevamo uscire. Era brutto, certo. Ma non ho mai pensato che potesse succedere qualcosa a noi o a mio padre».
Suo padre parlava con voi di quello che stava succedendo?
«No, non c’era quasi mai. Poi, quando lo hanno ucciso, io ricordo mio padre come caduto a pezzi. Buttato sul divano, con gli occhi persi. Gli è venuto quel ciuffo bianco. Non ne abbiamo parlato per tantissimo tempo».
Cosa le disse alla fine?
«Moro per lui era il suo maestro, c’era un rapporto affettivo personale molto profondo. È stata la morte di qualcuno di molto vicino. Quando avevo più di trent’anni, quindici o sedici anni dopo, mi ha chiesto: “ Ti ricordi quei giorni? Non puoi immaginare per me che cosa è stato. Se lo hanno ammazzato è stata colpa mia. L’ho ucciso io. Ma io non potevo fare altro. Non potevo fare altro”».
Roma città dei Papi. Li frequentavate?
«Ratzinger, ancora cardinale, veniva a pranzo e a cena a casa nostra. Parlava con mio padre di teologia. E babbo gli regalava la millefoglie che lui adorava. Giovanni Paolo II ci invitò a colazione alle 7.30 del mattino, appena eletto papa. A un certo punto chiese: “Ma sua figlia quanti anni ha?”. Mio padre rispose: “Diciotto”. E lui: “Adesso cominciano i guai”. Ma non incontravamo solo papi. Casa nostra era piena di persone di ogni tipo. Ogni pranzo era un dibattito».
Di cosa discutevate?
«Di tutto. Ma le discussioni più accese erano sulla questione israelo-palestinese. Mio padre era un sionista. Io ero filoisraeliana, mio fratello filopalestinese. Una volta, in un ristorante, discutemmo con tale foga che si girarono tutti».
I rapporti con Andreotti?
«Formali. Ma quando finì sotto processo babbo lo difese a viso aperto. Era certo che le accuse fossero infondate. Con Craxi successe qualcosa di simile: quando era potente c’era freddezza. Ma quando finì ad Hammamet andò a trovarlo e lo difese. Amava stare dalla parte di chi era in difficoltà. E le piccole patrie».
Le piccole patrie?
«Adorava l’Irlanda: da adulta lo accompagnavo in vacanza. Ma anche la Catalogna, i Paesi Baschi. Ammirava chi si batteva per l’indipendenza. Forse gli ricordava la sua Sardegna»
Berlusconi?
«Lo trovava simpaticissimo. Anche se politicamente lontano. E adorava D’Alema, lo considerava il “suo capolavoro”».
L’omino bianco e l’omino nero?
«Mi diceva: io sono una persona allegra, ma ho questo omino nero che ogni tanto viene fuori. Era bipolare e ha combattuto tutta la vita contro la depressione. Ma ha anche dimostrato che con un disagio si può fare una vita normale. E anche eccezionale».
Il picconatore era bianco o nero?
«Per lui fu una liberazione. Era felice. Iniziò anche a dire parolacce in casa, lui che non le diceva mai. All’epoca abitavo a Londra. Lo chiamai: “Che succede?”. E lui: “Ho deciso di dire tutto quello che penso. E finalmente mi diverto”».
Cosa era successo?
«Era caduto il muro di Berlino. E stava per crollare anche il nostro sistema politico. Lui vedeva che nessuno lo capiva e, come mi disse, si era rotto».
Il settennato?
«Io ero tra Londra e New York, l’ho vissuto da lontano. Quando scoppiò la guerra in Iraq decisi di tornare. All’aeroporto vidi persone che mi ronzavano intorno. Dopo la sua morte, guardando tra le carte, ho scoperto che aveva organizzato un’operazione dei servizi: “Operazione Biancaneve, la fanciulla torna a casa”».
Gli “spioni” erano una passione?
«Sì, da sempre. E anche ficcanasare, sapere sempre tutto e possibilmente prima degli altri».
Come giudicherebbe Trump?
«Non gli piacerebbe. Ma capirebbe anche che viene dal profondo. La rigenerazione attraverso la violenza è parte fondante della cultura americana. Il problema vero è che, in un momento di cambio d’epoca in cui servirebbero giganti, i governi del mondo sono pieni di nani».
Dov’era quando si dimise?
«Ero appena rientrata in Italia da Londra. Lo vidi in televisione con amici. Soffriva perché il suo tentativo di riforma della politica non era stato capito, soprattutto dai comunisti. Scalfari, con cui era amico, scrisse che prendeva il litio, lo voleva far passare per matto. Ci rimase malissimo».
Sulla bara la bandiera italiana e quella sarda.
«Lo lasciò scritto. La sua Sardegna, la sua Sassari. Che lo accompagnò, dall’aeroporto militare al cimitero, con due ali di folla».

.png?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d24b7b7)