La Nuova Sardegna

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Laureati sardi sottopagati: stipendi più bassi rispetto al Nord. Gli uomini guadagnano più delle donne – tutti i dati

di Massimo Sechi
Laureati sardi sottopagati: stipendi più bassi rispetto al Nord. Gli uomini guadagnano più delle donne – tutti i dati

Ma in tanti – in base allo studio sulla mobilità nel Paese degli universitari – scelgono di laurearsi nella penisola

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Sassari La “fuga” dei giovani talenti della Sardegna inizia al momento della scelta dell’Università ma dopo la laurea la percentuale di sardi che rimane nell’isola è tra le più alte in Italia. È solo uno dei dati che emerge dal rapporto Svimez “Un Paese, due emigrazioni” che offre una fotografia chiara sulla mobilità in Italia e in Sardegna e che non riguarda solo chi cerca lavoro, ma inizia molto prima e prosegue fino alla terza età.

Come detto in premessa contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Sardegna vanta un primato nel Mezzogiorno: è la regione con la più alta capacità di “ritenzione” dei propri talenti.

Secondo i dati Almalaurea elaborati da Svimez, l'83,2% dei laureati in atenei sardi che lavorano a tre anni dal titolo resta nel Mezzogiorno (principalmente nell'isola), una quota di gran lunga superiore alla media meridionale (67,7%) e a regioni come la Calabria (59,2%). Tuttavia, questa scelta di rimanere ha anche un prezzo. Un laureato nell'isola percepisce in media 1.594 euro netti mensili, contro i 1.735 euro di chi lavora nel Nord-Ovest. Inoltre, il divario di genere è marcato: una donna laureata in Sardegna guadagna mediamente 1.531 euro, contro i 1.695 euro di un collega uomo. Il fenomeno migratorio nell'isola inizia però molto prima della laurea.

Molti giovani sardi alimentano la cosiddetta “migrazione anticipata”, scegliendo atenei del Centro-Nord (in particolare in Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio) già per il percorso di studi triennale. Questa scelta, spesso dettata da aspettative di mobilità sociale, riduce drasticamente le probabilità di un futuro rientro. Ma la mobilità in Sardegna ha anche un volto inaspettato: quello degli over 75.

Il rapporto documenta il fenomeno dei “nonni con la valigia”, anziani che, pur mantenendo la residenza nell'isola, vivono di fatto al Nord per ricongiungersi ai figli o per sopperire alle carenze dei servizi sanitari locali. Nel Mezzogiorno, questo esercito di "migranti silenziosi" è raddoppiato in vent'anni, raggiungendo le 184.000 unità nel 2024. Questi flussi di capitale umano — dai giovani che partono per studiare agli anziani che si spostano per assistenza — sono i motori che alimentano le proiezioni demografiche. Se non si interviene, la Sardegna, come ormai ben noto, rischia di perdere il 22% della sua popolazione entro il 2050, una contrazione che colpirà soprattutto la fascia in età lavorativa.

Per invertire questa rotta e trasformare la migrazione da necessità in scelta, SVIMEZ propone alcune ricette concrete. Il cosiddetto Graduate Staying Premium: un incentivo fiscale sotto forma di detassazione parziale dei redditi per i primi 5 anni per i neolaureati che scelgono di lavorare in regioni "in trappola" come la Sardegna. L'integrazione di queste agevolazioni fiscali all'interno del Piano strategico della ZES Unica, per spingere le imprese ad assumere giovani qualificati nell'isola. Un potenziamento economico delle borse di studio finanziati dai fondi di coesione per chi sceglie di frequentare le università sarde, contrastando così la fuga pre-laurea. Il completamento dei progetti PNRR per gli asili nido che viene considerato vitale per ridurre la child penalty” che oggi penalizza le madri sarde, il cui tasso di occupazione (41,8%) è di quasi 30 punti inferiore a quello del Nord. L'obiettivo finale è garantire il “diritto a restare” a condizioni economiche e sociali vantaggiose, e facendo così in modo che Regioni come la Sardegna non siano solo un luogo da cui partire o in cui invecchiare con difficoltà, ma un territorio capace di valorizzare le competenze che essa stessa forma.

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