Vasco Rossi e la Sardegna, mezzo secolo di rock e ricordi: «Qui ho scritto Vita spericolata, con i sardi ho un legame autentico»
Il rocker di Zocca torna nell’isola per i due concerti di Olbia del 12 e 13 giugno: dalla prima volta nel 1983 con il “Bollicine Tour” ai ricordi di Cagliari e Siniscola, fino al rapporto speciale con il pubblico isolano
C’è un filo che lega Vasco Rossi alla Sardegna da quasi mezzo secolo. È un filo fatto di concerti, ricordi, intuizioni improvvise e canzoni destinate a diventare patrimonio collettivo. Venerdì 12 e sabato 13 giugno il rocker di Zocca tornerà nell'isola per due live attesissimi. Date che arrivano dopo i sold out di Cagliari del 2019 e che portano con sé una produzione monumentale, una scaletta piena di sorprese e una riflessione sul mondo di oggi. Tra libertà, paura, musica e futuro, in questa chiacchierata il Komandante si racconta senza filtri.
Vasco, che cosa significa tornare in Sardegna, stavolta a Olbia, dopo più di quarant'anni dalla prima volta?
«Per me non è soltanto un piacere, è anche motivo di orgoglio. Arriviamo con l'intera produzione, con Sua Maestà il Palco in tutta la sua grandiosità. La Sardegna ha sempre avuto qualcosa di epico: raggiungerla è complicato, quasi una spedizione. Proprio per questo ogni concerto lì diventa memorabile. E quest'anno ci arriviamo con tutta la carovana del rock al completo. E poi Olbia non è una tappa qualsiasi nella mia storia. È uno dei primi luoghi dove ho capito che il mio rock poteva arrivare davvero dappertutto. Nel 1983 eravamo una banda di matti in viaggio con il “Bollicine Tour”, pieni di energia e di incoscienza. Oggi torno nella stessa città con una consapevolezza diversa, ma con la stessa voglia di provocare emozioni».
Al di là dei concerti, c'è qualcosa che la lega particolarmente all'isola?
«Ho ricordi importanti. A Cagliari ho scritto “Vita spericolata”. Eravamo bloccati dalla pioggia davanti a un campo sportivo, non si potevano nemmeno fare le prove e io ero chiuso in macchina. All'improvviso arrivò l'illuminazione: il testo venne fuori di getto. Ma la Sardegna mi ricorda anche altro. Ad esempio, quando ero bambino uno zio si trasferì per qualche anno a Siniscola e andammo a trovarlo con i miei genitori. Belle sensazioni. La Sardegna ti obbliga a respirare in modo diverso, è uno dei pochi posti dove riesci ancora a sentire il silenzio, e oggi il silenzio è diventato un lusso. E poi c'è il mare, quello vero, che ti regala un orizzonte infinito. E mi piacciono anche i sardi, con i quali c’è un legame autentico».
Tour sold out con un anno di anticipo. È ancora fame di rock o c'è qualcosa di più profondo?
«Scrivere canzoni è una necessità. Il rock è sempre stato l’unico linguaggio artistico che conosco davvero. Ma quello che accade oggi ai concerti va oltre la musica. È un bisogno collettivo. La gente non viene solo ad ascoltare delle canzoni: viene a liberarsi, a sentirsi parte di una tribù emotiva. Viviamo in un mondo iperconnesso, ma spesso scollegato dal punto di vista umano. Durante un concerto succede ancora una cosa antica e potentissima: migliaia di persone respirano insieme».
I concerti sono considerati il punto più alto della sua espressione artistica. Senza il palco esisterebbe lo stesso Vasco?
«Io scrivo sempre pensando al live. Le canzoni prendono vita davvero quando vengono cantate insieme al pubblico. È lì che smettono di appartenerti e diventano di tutti».
Che cosa dobbiamo aspettarci dai concerti nell’isola?
«È il tour di “Non siamo mica gli americani... che loro possono sparare agli indiani”. Una frase che racchiude perfettamente lo spirito dello spettacolo e che oggi suona più attuale che mai. È il tour dell'ironia e della provocazione. Un modo per esorcizzare questi tempi difficili. Siamo qui per vivere una felicità collettiva, sana e scandalosa».
Scaletta?
«La scaletta è probabilmente la più sorprendente degli ultimi anni. Ci sono rarità, canzoni assenti da decenni e brani mai eseguiti dal vivo. Pezzi che hanno venti, trenta o quarant'anni ma che sembrano scritti ieri. Nelle mie canzoni ho già detto tutto. Non ho bisogno di fare discorsi dal palco. Le canzoni parlano da sole. Sono sincere, oneste. Io sono le mie canzoni».
Promette molte sorprese.
«Ho voluto scavare nel repertorio più nascosto, recuperando canzoni che non facevo da moltissimo tempo e altre che non ho mai portato in concerto. Mi piace riportarle alla luce perché cambiano insieme a te. Magari raccontavano una realtà vent'anni fa e oggi ne raccontano un'altra, ma restano incredibilmente attuali. E poi sorprendere è la cosa più bella. Quando parte un brano che nessuno si aspetta, senti lo stadio esplodere in modo diverso, più autentico».
È più difficile sorprendere o restare fedeli alle aspettative del pubblico?
«Io cerco ancora di sorprendere me stesso. Se succede quello, allora succede anche al pubblico».
Ha detto di voler portare gioia in un mondo pieno di problemi. Che mondo vede, oggi?
«Un mondo molto spaventato. E la paura rende le persone più aggressive, più estreme, più manipolabili. Durante un concerto, per due ore, la gente smette di difendersi».
Le guerre e le crisi internazionali la preoccupano?
«Il rischio più grande non è soltanto la violenza. È perdere la capacità di indignarsi».
Lei trascorre diversi mesi dell’anno a Los Angeles. È ancora una città della libertà?
«Per me sì. È il posto dove posso prendermi una vacanza da Vasco Rossi. Nessuno mi riconosce, posso camminare per strada, andare al supermercato o al ristorante e fare una vita normale. Ci vado soprattutto d'inverno: quando a Bologna il cielo è grigio, lì riesco ancora a vedere il blu. Certo, però, anche a Los Angeles la crisi si sente».
Se ne parla molto in questi giorni: la musica può ancora essere una forma di resistenza?
«La musica vera lo è sempre stata. Non quella che fa propaganda, ma quella che ti obbliga a sentire qualcosa. Una canzone non cambia il mondo da sola, però può incrinare il cinismo. E oggi è già tantissimo».
La libertà individuale è diventata più fragile?
«Sì. Perché il controllo è diventato invisibile. Non ti impongono più le cose: ti orientano. Ti suggeriscono cosa desiderare, cosa pensare e perfino per cosa indignarti. La vera libertà consiste nel conservare uno spazio mentale tutto tuo».
Perché invita i giovani a leggere?
«Perché leggere ti rallenta. E rallentare oggi è rivoluzionario. Un libro ti costringe a stare dentro un pensiero, dentro una storia, dentro un altro mondo».
Il libro che le ha cambiato la visione delle cose?
«“Meno di zero” di Bret Easton Ellis. Lì dentro ho visto arrivare il futuro prima degli altri. Quel vuoto emotivo, quella anestesia dei sentimenti. Mi ha fatto capire che il vero pericolo non è soffrire, ma non sentire più niente».
C'è ancora qualcosa che sente di dover dimostrare?
«No. Al mondo credo di aver dimostrato tutto. Oggi mi interessa restare curioso. Restare vivo artisticamente. Chi smette di cercare è finito. Io continuo ad alzare l'asticella e a buttare il cuore oltre l'ostacolo».
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