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Niente scuole né ospedali, fuga dai piccoli paesi. Emiliano Deiana: «Ecco perché i giovani vanno via» - L'inchiesta

Niente scuole né ospedali, fuga dai piccoli paesi. Emiliano Deiana: «Ecco perché i giovani vanno via» - L'inchiesta

Appena rieletto alla guida del comune di Bortigiadas: «In certe zone della Sardegna è impossibile programmare un futuro»

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Sassari In Italia, appena un piccolo Comune su cinque riesce a garantire i servizi essenziali. In Sardegna, questa continua ritirata dello Stato e dei privati si scontra con l'isolamento cronico dei territori. Emiliano Deiana, ancora una volta sindaco di Bortigiadas ed ex presidente di Anci Sardegna è una voce in prima linea per capire cosa significhi amministrare “in trincea” un paesino da 700 anime.
Calando il report sulla nostra isola, questo 19,6% di piccoli Comuni dotati di servizi sembra un numero perfino ottimistico?
«Si. Soprattutto se consideriamo il fatto che banca e posta, quando ci sono, aprono a giorni alterni. Il tema vero è però un altro: capire quanto la chiusura di servizi fondamentali ha incentivato lo spopolamento e l’abbandono ovvero se la chiusura di quei presidi ha anticipato il trend demografico. Io credo che la chiusura di servizi di base sia stato il miglior incentivo ad andarsene: la sfiducia ha giocato e gioca un ruolo determinante poiché si dice: in quel luogo non potrai avere un futuro degno di questo nome».

Gli sportelli bancari sono spariti nel 60% dei piccoli centri. Quanto pesa questo ritiro dei privati sulla quotidianità di una popolazione anziana, e cosa può fare un sindaco quando la logica del profitto cancella un diritto.
«Il dato è drammatico se si legge nel contesto di una popolazione sempre più anziana, con servizi di trasporto classici ridotti al limite di civiltà. Si scaricano sulla parte più fragile della società una crisi di sistema e un’evoluzione tecnologica che non è governata ma subita».
Poi c'è il Progetto Polis di Poste Italiane, la grande ancora di salvezza: passaporti in posta, co-working, telemedicina. Un piano da 1,2 miliardi. Nei nostri paesi questi cantieri si stanno vedendo?
«Quell’accordo lo abbiamo sposato e sostenuto. Sta andando avanti ma con troppa lentezza e a macchia di leopardo. Bisogna accelerare».
La media nazionale per raggiungere un pronto soccorso da un piccolo Comune è di 35 minuti di auto. In Sardegna questa tempistica è pura fantascienza. E a questa criticità si aggiunge la mancanza cronica dei medici di base.
«Qui siamo davvero al cuore del problema. La sanità e la scuola sono il centro del contesto di civiltà. Oggi, in Alta Gallura, si arriva al pronto soccorso di Tempio Pausania con un’ora e venti dai territori più distanti e in mezz’ora da quelli più vicini. Ma quel pronto soccorso è stato smantellato negli anni e continua ad essere depotenziato. Se una persona ha un infarto in corso deve essere trasferito a Olbia o a Sassari aumentando a dismisura il rischio di morte. I presidi di prossimità devono essere rafforzati: a Tempio, Ozieri, Sorgono, Isili, Bosa, Ghilarza. Tutti in Sardegna dobbiamo avere lo stesso diritto a sopravvivere durante un’emergenza sanitaria. Non solo chi vive al centro di Cagliari o Sassari». (luigi soriga)

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