La storia di Alessandro Piu, campione di surf e modello per Armani: «Le onde sono la mia passione, racconto l’isola al mondo»
Cagliaritano classe 1989, la sua vita sembra uscita da un filmm
Sassari Risponde da Puerto Escondido e cita quasi subito “Un mercoledì da leoni”. Messa così, sembrerebbe l’intervista ad un cineasta appassionato dei tempi che furono. Alessandro Piu, cagliaritano classe 1989, non è un cineasta, anche se la sua vita sembra uscita da un film: campione di surf, giramondo, modello di Armani, autore di documentari pluripremiati e promotore turistico “alternativo” di una Sardegna invernale che ancora fatica a farsi un nome sulla piazza. Una vita e tante storie. Tutte, o quasi, partono dal mare.
Alessandro, com’è iniziata la sua passione per il surf?
«Mio padre è stato uno dei pionieri del windsurf in Sardegna. Con un paio di amici costruivano da soli le tavole, sperimentavano prototipi. Erano gli anni 70, le tavole non erano a disposizione di tutti e non era facile trovarle. Poi al cinema era uscito “Un mercoledì da leoni”... Mio padre, che è architetto, l’aveva visto a Firenze e da quel momento la passione è germogliata».
Lei invece è un professionista del surf.
«Da quando avevo 17 anni. Diciamo che ho avuto la fortuna di trasformare la mia passione in un lavoro. Per questo dico sempre che secondo me è questa l’impostazione corretta: la passione deve nascere prima delle gare, dei risultati e dei premi ».
Che per sua fortuna sono arrivati comunque, giusto?
«Giusto. Ho vinto sette titoli italiani e sono vice campione europeo con la nazionale. Ho anche un terzo posto sulle grandi onde della “Vaca Xxl”, in Cantabria».
Sarebbe?
«Un contest molto importante, di livello mondiale. Si surfa sulle grandi onde dell’Atlantico in una competizione su due round. Diciamo che il secondo round mi è andato bene, ho preso una buona onda che mi ha permesso di superare il campione in carica. Per me era già tanto, mi sono lasciato andare e ho preso l’ultima onda. Bella, molto bella... Come si dice, cazzutissima».
Com’è andata?
«Benissimo, l’ho cavalcata alla grande e ricordo che quando sono arrivato a riva ho visto la gente che esultava sugli scogli».
Un successo che le ha garantito un servizio su Sport Week.
«Otto pagine, con le foto del mio amico Nicola Belillo... Che era uno di quelli che esultava sugli scogli».
Cosa accadde dopo la pubblicazione del servizio?
«Beh (ride, ndr), mi chiamò la segretaria di Giorgio Armani».
Ci racconti.
«Ero in Indonesia, ovviamente stavo surfando e ricevetti una chiamata in cui mi spiegavano che Giorgio aveva letto Sport Week e che voleva invitarmi alla Fashion Week».
Accettò l’invito?
«Certo. Poco dopo ero a Milano nel suo hotel».
Che ricordo ha di Armani?
«Una grande persona, con me è stato gentilissimo. Mi ha aiutato in quel periodo, la sua è stata una bella spinta. Ricordo che quando abbiamo posato assieme per una foto non riusciva ad abbracciarmi e mi disse, scherzando “mettile su un po’ di spalle”»
Avete anche collaborato per la realizzazione di un capo di moda?
«Sì, un pantalone in neoprene dal taglio elegante. Avevo visto alcuni modelli e gli avevo dato qualche indicazione. Rimpiango solo di non avergli chiesto di fare lo shaka (il tipico saluto dei surfisti che chiudono il pungo lasciando dritti solo il pollice e il mignolo, ndr).
A proposito di alternative alle onde, lei ha anche realizzato alcuni documentari.
«Si. Inizio da Back to the roots, Ritorno alle radici, dove racconto cos’è davvero il surf per me e quali sono le sue potenzialità oltre all’aspetto ricreativo e sportivo. Perché il surf è anche scoperta del territorio, della sua cultura, della sua arte culinaria. Il surf è bello perché ti fa scoprire il mondo ed è questo quello che è accaduto con Back to the roots che ha vinto diversi premi a festival canadesi, russi e nel resto d’Italia e che soprattutto ha convinto tante persone a venire a visitare l’isola. E poi adesso sulla Rai uscirà la versione doppiata in sardo, si chiamerà Undas».
Ne ha girato anche un altro che si intitola “Cold Seduction”, dove fa surf al circolo polare artico.
«Sono molto amico del miglior surfer svedese Tim Latte un grande creatore di contenuti. Quando mi contattò per girare, io ero a Sidney. Presi il primo volo, feci scalo in Sardegna e poi ripartii per Stoccolma. Poi facemmo 12 ore di auto per recuperare il nostro videomaker e poi altre 4 per arrivare alle Isole Lofoten, in Norvegia».
Poi le onde?
«Si, anche se avevo la febbre ed ero stremato per il viaggio. Comunque fummo fortunati perché arrivò una bella mareggiata».
Diciamo fortunati...
«In effetti l’acqua era gelida, avevo freddissimo nonostante indossassimo le mute da sei millimetri con il cappuccio, i guanti, i calzari. Anzi, dopo una caduta da un’onda l’acqua mi entrò nel guanto. Fui costretto ad uscire dall’acqua perché la mano stava diventando viola, per fortuna mi hanno acceso un fuoco».
Quindi, documentario a parte, ne valeva pena?
«Assolutamente. Fare surf nei fiordi è pazzesco, il panorama mozza il fiato, ci sono le aurore boreali. Poi mentre eravamo in acqua passavano le orche, i leoni marini. Davvero uno spettacolo».
Lei ha girato il mondo, qual è il suo “angolo” preferito?
«Difficile sceglierne uno. Parto dal Messico, dove sono in questo momento. Lo dico perché i messicani mi ricordano i sardi, secondo me siamo cugini. La loro attitudine mi ricorda quella del centro Sardegna. Poi adoro l’Indonesia, girarla in moto è bellissimo. Aggiungo le Azzorre: onde assurde, squali bianchi, vegetazione rigogliosa, tutto è più grande, sembrava Jurassic Park».
Ricorda un episodio particolare dei suoi viaggi?
«In Brasile, con la nazionale. Ero concentratissimo sulle onde. Per due giorni guardavo solo il mare. Poi, a gara conclusa, ho davvero guardato la terra e ho visto un panorama eccezionale».
Torniamo in Sardegna. Qual è il suo spot preferito? Dove sono le onde migliori?
«Ovviamente ho un luogo preferito per fare surf ma non lo dico, non lo posso dire. Se lo dicessi, poi sono sicuro che cambierebbe qualcosa. Facciamo così, è come per i funghi: i veri cercatori non dicono mai dove trovano quelli migliori».
Lei è impegnato anche nel discorso turistico, tra l’altro in un segmento che interessa molto perché sostanzialmente punta sulla bassa stagione.
«Le onde migliori sono d’inverno. Scherzi a parte, con il progetto Living Sardinia Experience Camp, oltre al surf, facciamo scoprire il territorio, la Sardegna vera e suoi luoghi ancestrali, come le tombe dei giganti. Il 90 per cento dei nostri ospiti piange quando va via, lo fa perché ha vissuto giornate piene, a contatto con la storia, con la natura e con persone di altissimo livello umano».
Dunque, se secondo lei si può destagionalizzare l’offerta turistica?
«Si ed è una grande cosa. Dico che la Regione dovrebbe puntare anche su nuove strade, come quella del Surf e spero i giovani politici possano darci una mano. Parliamo di un movimento che rispetta la sua terra e che non ha intenzione di svenderla. Chiediamo solo di guardarci intorno e di percorrere nuove vie».
Lei invece cose vede nel suo futuro?
«Per quello prossimo, la gara in Messico per cui mi sto preparando. Saremo in trenta atleti da tutto il mondo e non vedo l’ora di iniziare la sfida in uno degli spot più belli del mondo, qua ci sono sempre le onde con il tubo. Poi in futuro vedremo, sono una persona abituata a mettersi alla prova che cerca sempre di superarsi. Nel mio ambiente, poi, ci sono tantissime fonti d’ispirazione. Conosco sessantenni che prendono onde di dieci metri. Con il giusto allenamento e la giusta alimentazione ormai si possono fare cose che prima erano impensabili».
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