Flavio Soriga: «Non siamo un’isola di criminali ma ci sono troppe armi e troppi omicidi»
Lo scrittore si racconta: la giustizia, la carriera, il terrore prima di ogni libro
Comincia a parlare di Giulio Angioni e Salvatore Mannuzzu e finisce dicendo che piantare cetrioli in fin dei conti è il miglior rimedio all’iperconnessione. Flavio Soriga trova gusto per prendersi lunghe pause dopo le domande e correggersi di continuo. Non è vero, non è gusto, è timore o «terrore», come dice lui, «di fraintendere sempre qualcosa». In fondo, e ci crede tantissimo quando lo dice, «solo perché scrivo non devo essere giustificato a parlare di tutto».
Soriga, si sente parte della generazione di scrittori della scena letteraria sarda di inizio millennio?
«Le divisioni in scuole, in generazioni, in gruppi, sono sempre arbitrarie. A inizio anni Duemila un articolo di Goffredo Fofi sulla nouvelle vague sarda mi mise insieme a signori come Angioni e Mannuzzu. Ma avevo 25 anni, quindi quanto facevamo realmente parte dello stesso movimento? C’era un gruppo, ecco, questo sì».
Chi ne faceva parte?
«Penso alle cene con Angioni, Marrocu, Todde, Abate, Lavinio, andavamo nel locale dei fratelli di Giulio Angioni, a Cagliari. E spesso mi offrivano la cena perché in mezzo a loro ero quello giovane che provava a guadagnarsi la vita con questo lavoro».
Oggi esiste una scena letteraria analoga?
«Quelli che scrivono oggi in Sardegna, pur nell’abbondanza di festival, mi sembra si incontrino meno. La cosa interessante è che in quelle cene si parlava di tutto tranne che di letteratura».
Pochi giorni fa ad Aggius e a Martis con il musicista Matteo Leone è andato in scena con un reading, “Ballate di guardie e ladri”.
«Mi sono chiesto cosa lega e cosa c’è di diverso tra gli autori che hanno scritto dei gialli all’inizio degli anni Duemila. Per esempio mi sono accorto che in “Procedura” di Mannuzzu, in “L’oro di Fraus” di Angioni, nei romanzi di Fois con Bustianu Satta e in quelli di Todde, non indagano mai le forze dell’ordine. È come se tutti i loro personaggi indagassero nonostante la giustizia. La giustizia che si mette di traverso, più che aiutare. In un’isola in cui la frase che ci siamo tramandati è “ancu ti currat sa giustizia”, quanto è difficile raccontare una storia di guardie e ladri dal punto di vista delle guardie».
E lei che rapporto ha con il racconto della giustizia in Sardegna?
«Nel mio piccolo ci provo, pone da sempre interrogativi. L’uso riguarda l’abuso, il monopolio delle armi, temi di incredibile attualità. Il privilegio dello scrittore è che non deve prendere posizione. Io non condivido niente di quello che dicono i miei personaggi».
L’anno scorso ha pubblicato un trittico, l’ultimo libro raccontava di un assalto a un portavalori; pochi giorni fa è uscito il romanzo “Omicidio a Villapedrosa”. Si sente ispirato dai fatti di cronaca?
«Ogni volta che si parla di un episodio violento c’è il coro di chi dice che la Sardegna non è terra di delinquenti. Ed è vero, la Sardegna è cento cose. Ma non possiamo nemmeno non raccontare che ci sono morti ammazzati praticamente ogni mese e che l’uso delle armi è arrivato in Campidano. Poi c’è la criminalità silenziosa di cui sappiamo poco».
E le guardie?
«Le indagini ci sono ma sono lente, non hanno il ritmo delle serie tv americane, perciò è difficile raccontarle».
Ci sono scrittori che scrivono gialli vicini alla realtà dei fatti, altri che si prendono molte licenze. Lei cosa ne pensa?
«Ho l’impressione che, come scrittore, più aspetti tecnici sai e più ti senti legato alla realtà. Si dovrebbe mantenere la libertà di potersi allontanare. Detto questo, non amo la narrativa inverosimile. Noi oggi non sappiamo com’era la figura di un avvocato dell’800 a Nuoro, per dire, ma oggi se uno vuole capire quel contesto può leggere i romanzi di Fois perché sono bellissimi».
In “Omicidio a Villapedrosa” la protagonista è una giornalista, Alessandra Lombardi.
«Ero terrorizzato dal fatto di usare il punto di vista di una donna, e sono ancora terrorizzato».
Perché?
«Perché è un atto un po’ di presunzione, non ho idea se so farlo davvero. Il terrore quando esce un libro, comunque, rimane sempre».
In un passaggio dice che per scrivere servono concentrazione e pazienza. In effetti oggi sembra già un’impresa leggerlo, un libro.
«Nella nostra società sta diventando un lusso concentrarsi. Io vado in ospedale ogni settimana, prima in sala d’attesa metà delle persone leggeva una rivista, ora abbiamo tutti il cellulare. La società spinge perché tu sia continuamente attivo e quindi distratto dall’astrazione che può darti la lettura. Forse in Sardegna c’è più gente che si salva perché molti fanno l’orto...».
Dice che è un rimedio?
«È una piccola cosa che ti ricorda l’importanza della concentrazione e della pazienza. Io quest’anno ho raccolto due cetrioli e sono orgoglioso».
Com’erano?
«Buonissimi. Sì, l’orto come antidoto all’iperconnessione».
Soriga, lei a 25 anni vince il premio Calvino ed è la novità letteraria in Italia. Oggi ha 51 anni ed è un autore affermato. Quanto è cambiato in tutto questo tempo?
«Come dico spesso, avendo avuto la fortuna di non vendere un milione di copie ho potuto scrivere quello che volevo, sperimentare generi, raccontare storie che mi andava di seguire. Adesso però sento un bruciante senso di rimpianto per non essermi dedicato di più alla scrittura».
Cosa glielo ha impedito?
«Mi sono fatto distrarre dalle cose della vita. Gli innamoramenti, i festival da organizzare, gli spostamenti di città, le esperienze lavorative in tv. Però anche cose che mi hanno reso molto felice: avere molti amici, crescere
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