La Nuova Sardegna

L’indagine

«Pronti a morire per i lingotti»: così la banda dell’oro preparava il colpo da milioni di euro – I ruoli degli indagati

di Luigi Soriga
«Pronti a morire per i lingotti»: così la banda dell’oro preparava il colpo da milioni di euro – I ruoli degli indagati

Cronometri, targhe contraffatte e un patto di sangue: l’inchiesta svela il piano del sodalizio pronta a tutto per mettere le mani sull’oro

4 MINUTI DI LETTURA





Sassari Hanno misurato i secondi con il cronometro, hanno tracciato le vie di fuga e taroccato le targhe con un pennarello nero, ma la vera cifra di questa banda di professionisti e disperati non sta nella logistica, bensì nella qualità della loro spietatezza. Quando si muovono lungo l'asse tra la Barbagia e il Campidano, portano con sé una determinazione assoluta. La loro è una marcia lucida e senza ritorno, disposta a calpestare vite umane, a sfidare le guardie giurate, pronti a morire pur di stringere in mano quel tesoro di lingotti.

Nell'ovile fortificato, tra le schede criptate e le auto rubate nascoste come bestiame nel fieno, la banda aveva cancellato ogni residuo di paura. La regola d’ingaggio è chiara: sparare per primi, se necessario, pur di non tornare a mani vuote. «Andiamo a morire? Andiamo a morire!». Il progetto si stringe intorno a un unico, implacabile destino: andare fino in fondo, costi quel che costi. Questi, invece, sono i protagonisti.

Francesco Carta, 51 anni. Nato a Sorgono, trapiantato a Olbia. È lui il promotore, l'architetto del colpo. Ma sotto la scorza del capobanda c’è un uomo con le spalle al muro, divorato dai debiti e dai fantasmi di una relazione finita in macerie. Al bar con i complici confessa il suo movente, crudo, senza filtri: «Lei la vita se la è fatta per merito mio... mi ha rovinato, mi ha sbattuto in questa c..o di strada così». Carta non ha più niente da perdere. Non cerca un riscatto morale, cerca i contanti. «Io mi devo rimettere in sesto... io qualsiasi cosa c'è da fare...».

Luca Montanari, 54 anni, di San Gavino Monreale. Il basista, la talpa, l’operaio infedele della Portovesme srl. È lui l'occhio interno che pesa i lingotti, fotografa i blindati e studia i turni delle guardie giurate. Un uomo affascinato dall’odore della polvere da sparo. Rammaricato di dover timbrare il cartellino per costruirsi l’alibi invece di imbracciare il fucile, sogna il momento in cui l’esplosivo sventrerà le lamiere a tre chilometri da lui: «Speriamo di sentirlo, ma forte lo voglio sentire».

Giancarlo Bassu, 52 anni, di Pabillonis, il logista. Gira per il Campidano col furgone delle bombole o della legna. È l'uomo ombra che pedina i portavalori e cronometra i percorsi. Ma gli manca la visione militare. Quando i barbaricini chiedono i giubbotti antiproiettile, lui li liquida come un inutile orpello: «E guarda che non servono mi...». Carta lo gela, riportandolo brutalmente alla realtà del sangue e del piombo: «Ma tu stai scherzando! Non servono?! Ti tirano una fucilata, cosa non servono!».

Antonio Luigi Mulvoni (37 anni, di San Gavino) è il ponte logistico. È lui che reperisce la base d'appoggio: un ovile a Cannamenda messo a disposizione dallo zio, Roberto Mulvoni (62 anni, nato a Desulo e residente a San Gavino). Antonio Luigi vive l'attesa con paranoia. Spostare i furgoni rubati, caricarli sui carri attrezzi, nasconderli sotto le balle di foraggio nelle campagne di Busachi o Isili lo logora: «Non mi piace questa cosa di lasciarle così incustodite».

Poi c'è il gruppo di fuoco, il nucleo duro. La Barbagia e l'Ogliastra. Da Fonni arrivano Gian Michele Cadau (56 anni), Stefano Falconi (41 anni), Adriano Nono Poddie (51 anni) e Raffaele Loddo (37 anni, la primula rossa, sfuggito alla cattura e ancora irreperibile). Dall'Ogliastra e dal Sarcidano scendono Salvatore Domenico Stochino (42 anni, di Arzana) e Riccardo Sulis (37 anni, di Villanovatulo). Gente di poche parole, abituata all'attesa e alla disciplina del crimine. È tra loro che si sigla il patto di sangue. Quando l'imprevedibilità dei furgoni della Battistolli rischia di logorare i nervi della banda, il fronte non si sfalda. Si indurisce. È Gian Michele Cadau, dentro un ovile a Fonni, a tracciare la linea di non ritorno: «Io per me problemi non ce ne sono... io non sarò quello che torna indietro, stai tranquillo. Andiamo a morire? Andiamo a morire!». Raffaele Loddo, seduto accanto a lui, sigilla il destino del gruppo con una pragmatica freddezza: «Andiamo... prendiamo quello che dobbiamo prendere e torniamo tutti insieme... Senza morire e senza niente».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
L’indagine

«Pronti a morire per i lingotti»: così la banda dell’oro preparava il colpo da milioni di euro – I ruoli degli indagati

di Luigi Soriga
Le nostre iniziative