La Nuova Sardegna

Il lutto

È morto don Antonio Mazzi, una vita dalla parte dei giovani: aveva 96 anni

È morto don Antonio Mazzi, una vita dalla parte dei giovani: aveva 96 anni

Il fondatore di Exodus si è spento nella Cascina del Parco Lambro circondato dai suoi ragazzi e collaboratori

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Milano È morto oggi, venerdì 31 luglio, don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e fondatore di Exodus, l’organizzazione impegnata da oltre quarant’anni nell’accoglienza dei giovani e nel contrasto alle dipendenze. Aveva 96 anni. I funerali saranno celebrati lunedì 3 agosto alle 15 nella chiesa di Sant’Ambrogio, a Milano.

Le sue condizioni di salute si erano aggravate nelle ultime settimane, durante le quali era stato ricoverato due volte in ospedale. Nei momenti di maggiore difficoltà aveva espresso soprattutto il desiderio di non essere lasciato solo. I ragazzi di Exodus, le collaboratrici e le persone a lui più vicine gli sono rimasti accanto fino alla fine nella Cascina del Parco Lambro, sede storica della comunità e sua casa per oltre quarant’anni.

Giovedì sera aveva guardato la televisione insieme ai ragazzi e chiesto aggiornamenti sulle attività in corso. Questa mattina è arrivata una nuova crisi, apparsa subito irreversibile. Quando i medici hanno proposto la sedazione, la sua famiglia e la comunità si sono strette intorno a lui.

Nato a Verona il 30 novembre 1929, don Mazzi raccontava di essere stato un «ragazzo ribelle». La sua infanzia era stata segnata dalla morte prematura del padre e dai sacrifici della madre, rimasta vedova con due figli e poche risorse. Fu proprio lei ad affidarlo al seminario di Verona. Dopo gli studi di teologia e filosofia, approfondì psicologia, psicoanalisi e pedagogia per comprendere meglio i problemi dell’età evolutiva.

Trasferito a Milano nel 1979 per dirigere l’Opera don Calabria, entrò in contatto con la drammatica diffusione dell’eroina nell’area del Parco Lambro. Incontrava giovani dipendenti dalla droga, spesso in condizioni gravissime, in un luogo allora disseminato di siringhe. Da quell’esperienza nacque il Progetto Exodus.

Nel 1984 il Comune concesse la Cascina Molino Torrette, destinata a diventare la sede principale dell’organizzazione e un punto di riferimento per centinaia di ragazzi considerati ormai irrecuperabili. Il metodo di don Mazzi non si fondava soltanto sulla permanenza nelle comunità, ma sul movimento, sul lavoro, sullo sport e sulla condivisione delle responsabilità. Il nome Exodus richiamava proprio l’idea della vita come viaggio da affrontare insieme.

Negli anni la rete si è estesa in numerose località italiane e anche all’estero. Sono nati gli interventi dello sportello Sos alla Stazione Centrale di Milano, le unità mobili di strada e le “Carovane”, percorsi educativi itineranti pensati inizialmente per chi doveva liberarsi dall’eroina e successivamente rivolti anche a giovani alle prese con nuove dipendenze, ansia, depressione e isolamento sociale.

Giornalista professionista e autore di numerosi libri, don Mazzi aveva collaborato con diverse testate ed era diventato un volto noto della televisione, anche grazie alla partecipazione a “Domenica In”. La notorietà, tuttavia, rimase per lui uno strumento con cui portare nel dibattito pubblico i temi dell’emarginazione, delle dipendenze e dell’educazione.

Negli ultimi anni si era dedicato soprattutto a garantire un futuro alla Cascina e ai progetti di Exodus. La sua preoccupazione era che il patrimonio di esperienze costruito nel tempo non andasse disperso. Considerava l’educazione non una formula applicabile automaticamente, ma un’attività fondata sulla passione, sulla capacità di ascoltare e sulla disponibilità a camminare accanto alle persone. È questa l’eredità che lascia ai suoi educatori e ai ragazzi che continueranno il percorso iniziato oltre quarant’anni fa.

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