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Gennaro Longobardi, 31 anni “Per la strada”: «Ho intervistato mezza Sardegna»

di Paolo Ardovino
Gennaro Longobardi, 31 anni “Per la strada”: «Ho intervistato mezza Sardegna»

Davanti al suo microfono hanno parlato mezzo milione di persone. La trasmissione di Sardegna 1 in diciotto mesi ha visitato 377 comuni

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La probabilità di essere stati intervistati da Gennaro Longobardi è molto alta. Trent’anni, anzi trentuno, di trasmissione «e mezzo milione di persone intervistate» in giro per l’isola. Microfono, berretto e cameraman al seguito («davo soprannomi a tutti: Ugo, William, Jonathan, Guglielmo»), Gennaro con le interviste “Per la strada”, attraverso la leggerezza e l’intrattenimento, è entrato nella quotidianità e nelle tv dei sardi. «Io, napoletano a Cagliari, mi sono fatto voler bene». Ora con repliche o puntate nuove («dai portici di Cagliari») è su Radio Ondasarda tv, il giorno dopo finisce tutto su internet e su Facebook. Ha girato l’isola in auto, ha fatto persino il periplo, ha portato le sue domande nei circoli sardi in Europa. «Il mio stimolo continuano a essere le persone», dice.

Ha sempre sognato la televisione?

«In realtà no, facevo teatro. Tutto nasce quando mi occupavo della parte pubblicitaria di Radio studio one, mi venne proposto di spostarmi in tv e dissi: proviamoci. Ma all'inizio non andavo in onda».

E cosa faceva?

«Volevo capire cosa interessava alle persone, ebbi un’idea. Mi prestarono un acquario con tanti pesci dentro, chiesi di metterci una telecamera davanti per dodici ore. Mandammo il video in onda, di notte, con una musica in sottofondo».

Anni dopo i big dello streaming hanno avuto la stessa idea, Netflix lo fece con il caminetto.

«Ma la cosa incredibile, mi fa ancora ridere, è che un giorno chiamò una signora arrabbiata, disse “Guardi, l’idea è molto bella ma che ogni giorno debba morire un pesce no, non mi piace”. Le spiegai che il video era sempre lo stesso, però in effetti non mi ero accorto di quel momento, un pesce moriva dopo otto ore, allora tagliamo la parte».

Esperimento riuscito, aveva l’attenzione del pubblico. Poi?

«Venne l’idea di andare in giro. “Facciamo domande strane alla gente per la strada”, e così è stato. Venni chiamato da Sardegna 1 e il format prese piede, andavo a Cagliari ma anche in altri comuni».

A volte dalle domande ai passanti uscivano fuori delle vere gag.

«Ma la verità è che, nonostante venissi dal teatro, non volevo un copione da cui partire. Era tutto frutto del momento. Le domande erano curiosità. Favorevoli o contrari alle case chiuse, l’esistenza degli alieni, la superstizione, il malocchio. C’è un video che è finito sui social, di qualche anno fa. Entro in un bar e chiedo a un signore: “Se diventasse Capo di Stato, cosa farebbe?”, non capiva la domanda, l’ho ripetuta due o tre volte, fino a quando uno che stava lì a fianco, che giocava a carte, si scoccia e gliela dice in sardo. A quel punto il signore capisce e mi risponde: “Andrei a rubare come tutti gli altri”».

Poi ha iniziato a girare l’isola: ha dedicato una puntata a ognuno dei 377 Comuni. Come ha fatto?

«L’idea viene da Berlusconi».

In che senso?

«Quando fece il contratto con gli italiani, quella storia del milione di posti di lavoro. Ecco, io un giorno arrivai in studio, stesi una mappa sul tavolo e dissi: faccio un contratto con i sardi, girerò tutti i Comuni. Impiegai 18 mesi».

Come si orientava per conoscere i piccoli centri?

«Per prima cosa andavo all’ufficio anagrafe per chiedere quanti abitanti c’erano, poi chiedevo di poter parlare con il sindaco».

Un’impresa, ricorda l’ultima puntata?

«Andavamo in onda ogni giorno, avevamo accumulato una settimana di vantaggio sulla messa in onda ed era importante tenere il passo. L’ultima a Triei, era il 2003. In piazza fecero una festa, il sindaco mi diede la cittadinanza onoraria per la visibilità data al paese, trasmettevamo via satellite. Lo chiese in piazza ai cittadini per alzata di mano».

Quest’anno lei festeggia un trentennale, quello del progetto “Miracolo di Natale”. Una grande catena di solidarietà che chiama le persone a raccogliere generi alimentari, prodotti, giochi per bambini, per poi distribuirli a chi ne ha bisogno.

«Sono nato da una famiglia umile, nei Quartieri Spagnoli, mi ero sempre detto che se avessi avuto nella vita, non dico successo, ma l’opportunità di arrivare a tante persone, avrei fatto qualcosa. Feci un primo appello spontaneo in tv: portate cibo e quel che potete nel piazza Sant’Elia a Cagliari. Raccolsi 150 buste, tantissime. Il miracolo continua ancora, sempre in collaborazione con la Caritas, con il Centro diocesano. Ringrazio don Marco Lai, il vescovo Sua eccellenza Giuseppe Baturi. E in realtà tutti i vescovi. A Cagliari adesso il luogo del Miracolo di Natale è la scalinata di Bonaria, ma si sono aggiunti anche 24 Comuni in tutta l’isola».

Ma lei com’è finito in Sardegna?

«Nell’88, avevo appena finito una tournée a teatro e mi era stata data l’opportunità di una vacanza. Mi sono trovato subito a mio agio, mi sono preso un anno sabbatico. Poi invece non sono più andato via».

Ha iniziato con i palcoscenici.

«Sì, ho studiato all’Università popolare dello spettacolo a Napoli, a lezione da Massimo Ranieri e Carlo Giuffrè». Della Sardegna ha una visione quasi da sociologo. «Intervisto chiunque, dal notaio all’idraulico, dipende da chi mi passa vicino. Parto dal “buongiorno”, con chi si ferma comincia la chiacchierata. Ma adesso è diverso eh, la gente gira sempre china, con il cellulare in mano».

La Sardegna è cambiata?

«È una bomboniera, molto bella da vedere. Ma con il turismo avrebbe dovuto viverci. Non mi aspettavo lo spopolamento. Pensavo fosse un posto bellissimo, invece famiglie che hanno fatto sacrifici ora salutano i figli che vanno a vivere altrove, è un peccato».

Facciamo un conto, lei va in onda da 31 anni quasi tutti i giorni, con brevi periodi di pause lunghe tra varie emittenti... ha accumulato almeno 7.750 puntate, lo sa?

«Lo stimolo per continuare è la gente: quando esco non so chi incontrerò e cosa mi diranno. A volte la gente si confessa con me, vedo molta solitudine e voglia di avere la possibilità di parlare. Una cosa l’ho imparata: non lasciatevi ingannare dalle apparenze. Parlateci, con le persone. Ora vado a registrare, statt’ buon’, a si biri».

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