I tentacoli di Cosa Nostra sulla Costa Smeralda, compravendite di bar e appartamenti per pulire i soldi della coca: i retroscena dell’inchiesta
È lo stesso modello del “caso Alghero” descritto dalle procure
Sassari «I proventi dell’attività illecita vengono reinvestiti in attività commerciali, quali pizzerie e bar e gestiti da prestanome di origine romana». È il meccanismo descritto nell’ordinanza del Gip di Tempio, con il quale l’organizzazione avrebbe dovuto ripulire il denaro proveniente dal narcotraffico. Ma c’è di più. Dalle carte dell’inchiesta, sarebbe emerso un “summit” per valutare investimenti e acquisizioni: tra marzo e aprile del 2024, un soggetto di origine campana avrebbe incontrato uno degli arrestati e un loro sodale riconducibile ad ambienti malavitosi siciliani, manifestando l’intenzione di investire capitali nella zona. Più precisamente in appartamenti e locali commerciali. È il passaggio che più di tutti racconta come avviene la ramificazione delle mafie nel tessuto socio-economico.
Ed è lo stesso ingranaggio che da anni viene denunciato dai magistrati antimafia a proposito di alcune “zone calde” della Sardegna, specialmente quelle dove l’afflusso turistico nasconde compravendite di attività commerciali a prezzi gonfiati. Un bar comprato al doppio del suo valore, in un mercato normale è un errore. Ad Alghero, in Costa Smeralda o in altre località marittime patinate, diventa fiducia nel mercato. E il sovrapprezzo diventa la cartina al tornasole del riciclaggio di denaro sporco di coca.
È lo stesso meccanismo descritto dal procuratore generale Luigi Patronaggio: le mafie per attecchire nel tessuto economico non hanno bisogno di premere il grilletto. La liquidità pressoché illimitata delle organizzazioni criminali, in particolare in un territorio la cui economia si basa esclusivamente sul turismo, è la vera arma. Chi possiede un’attività nel settore turistico - alberghiero, magari in difficoltà come successo durante il Covid, si fa ingolosire dalle offerte insistenti di insospettabili prestanome. E vende.
Il risultato è una città che cambia pelle senza che nessuno se ne accorga: locali che chiudono, riaprono, cambiano insegna, nuove società che aprono ad hoc. Un fenomeno che è sotto la lente delle procure, e che, come dichiarato dalla ex procuratrice Pintus, è indissolubilmente legato alla presenza dei 41bis infatti. «Le mafie spesso mettono a disposizione dei parenti dei detenuti alloggi sul territorio nazionale per facilitare i contatti con le famiglie. Tutto questo, unitamente alla particolare realtà economica delle nostre coste, ha determinato dei cambiamenti nel contesto criminale locale» aveva detto Pintus.
Il “caso Alghero” è uno di questi. Lo stesso pg Patronaggio aveva parlato più volte dei flussi di denaro illeciti che hanno investito la Riviera del corallo, dove «elementi della malavita campana hanno occupato ampi settori dell’economia cittadina dai ristoranti, alle gelaterie, ai lidi». Ma se la percezione di chi passeggia nel centro storico catalano e della popolazione di Alghero è quella di una presenza diffusa di locali “sospetti”, le denunce di intimidazioni sono poche, ma ci sono. Proprio perché «le acquisizioni dei locali avvengono senza violenze e senza minacce esplicite, e si basano su una grande disponibilità di denaro da parte di sodalizi criminali».
L’inchiesta su Palau restituisce lo stesso identico schema, solo con un’altra provenienza geografica: non clan campani, ma la mano nera di Cosa Nostra, quella del mandamento di San Giuseppe Jato, paese natale di Giovanni Brusca e di altri “uomini d’onore” al servizio dei Corleonesi di Totò Riina. Cambia il codice postale dei prestanome, cambia la sigla del clan di riferimento, ma la logica resta la stessa.
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