Caregiver, il racconto di un 55enne di Porto Torres: «Per assistere mia madre malata ho dovuto lasciare il lavoro»
Glauco Di Martino: «Chiedete aiuto, anche la solitudine di chi assiste può uccidere»
Sassari L’omicidio di Monserrato racconta quanto possa essere fragile il confine tra amore e disperazione. La stessa storia, con un epilogo molto diverso, l’ha vissuta Glauco Di Martino, 55 anni, di Porto Torres. Per anni ha fatto l’autista di bus turistici, mentre a casa il mondo gli stava lentamente crollando addosso.
Suo padre si è ammalato di Alzheimer, perdendo pezzo dopo pezzo la memoria. Sua madre, Mariella, si è vista portare via prima i piedi, poi le gambe, poi l’udito e la vista, a causa di una malattia genetica che le ha spento i nervi uno alla volta. Sua sorella vive in Toscana, lontana, mentre a Porto Torres, accanto ai suoi genitori, alla fine è rimasto solo lui e sua moglie.
«La scelta - racconta Di Martino - era la casa di riposo o lasciare il lavoro, io ho scelto la seconda, restando fuori dal lavoro per tre anni e mezzo». Con l’aiuto della moglie, e di una badante part-time è rimasto accanto ai suoi genitori 24 ore su 24, 7 giorni su 7, fino alla loro scomparsa. Il padre nel 2017, la mamma l’anno successivo.
Il 55enne tiene a sgomberare il campo da ogni equivoco: «Fare il caregiver non significa da un malato per due o tre ore al giorno, significa assisterlo h24. Ed è una cosa degenerante dal punto di vista economico, psichico e che si riflette anche sulle relazioni e i rapporti con le altre persone». Ci sono momenti, spiega, in cui il caregiver va in burnout e comincia un percorso fatto di depressione e farmaci. Il crollo, prima o poi, arriva in chiunque, ed è arrivato anche in Glauco.
«Eppure in quella fatica ho trovato qualcosa di inaspettato. Più mia madre più stava male e più diventava bella, apprezzava le cose più piccole. L’amore tra madre e figlio è diventato un qualcosa di ancora più grande» racconta.
Proprio dall’esperienza di assistenza alla madre è nato un libro “Il miracolo di Mari”, il cui intero ricavato è stato devoluto in beneficenza, e che ha contribuito all’approvazione di una legge regionale che riconosce la figura del caregiver e prova a costruirgli intorno una rete di sostegno. Una legge, però, mai davvero finanziata.
A livello nazionale, denuncia Di Martino, le cose non vanno meglio: il contributo statale previsto è di 400 euro al mese, mentre condizioni si applicano solo a chi dimostra di vivere in casa con il malato, di dedicargli almeno 90 ore settimanali e di avere un reddito basso. Con questi paletti, calcola, su 7-8 milioni di caregiver in Italia il sostegno arriverà a non più di 50mila persone.
I politici, dice «non sono in grado di mettere in pratica quello che serve davvero. Io, casi come quelli di Monserrato o Roma, li chiamo senza mezzi termini omicidi di Stato. Se non sono morto anch’io a causa della depressione - ribadisce-, è stato solo grazie a mia moglie». Quali possono essere allora le soluzioni? «Prima di tutto il sostegno psicologico dei caregiver e di conseguenza del malato stesso, poi serve una rete attorno alla famiglia, perché molto spesso ci si sente soli».
Poi c’è la burocrazia, tra Inps, medici di famiglia e uffici vari, «è un inferno, e servirebbero sportelli o centri unici dedicati». In chiusura il problema culturale, e qui l’invito del 55enne: «Parlatene, affidatevi agli psicologici e sensibilizzate i giovani, senza vergogna. La solitudine uccide».
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