San Teodoro, un prete per cinque chiese: don Alessandro chiede aiuto ai sacerdoti in vacanza
D’estate deve garantire celebrazioni in cinque località e si affida anche ai religiosi arrivati dal continente
San Teodoro A San Teodoro l’anno è «diviso in due stagioni». Per gran parte dei mesi si presenta in chiesa la comunità del posto, a catechismo ci sono quasi cento ragazzi («neanche così pochi») e tutte le attività parrocchiali procedono spedite. In estate le chiese strabordano, arrivano i turisti che oltre alla giornata in spiaggia e l’aperitivo al tramonto vogliono la messa del giorno. Senza blasfemia, bisognerebbe essere uno e trino per gestire «una parrocchia vasta 23 chilometri» e dieci messe al giorno. E forse non basterebbe. Don Alessandro Cossu, parroco di San Teodoro Martire, per sopravvivere all’estate ha avuto una bella pensata: «Ospito sacerdoti dal continente, vengono qua in vacanza e celebrano le messe lì dove non posso esserci io». La trovata è da manuale. Chiedi e ti sarà dato.
Dalle piccole chiese di Monte Petrosu e Straula a quelle nei villaggi di Puntaldia e Capo Coda Cavallo, oltre alla principale che svetta al centro di San Teodoro. È un duro lavoro esserci sempre e per tutti, specie in una condizione anomala come quella che si vive in uno dei principali centri turistici dell’isola.
«Lo spopolamento della Chiesa? A San Teodoro viviamo due condizioni differenti – riflette don Cossu –. D’inverno c’è, d’estate al contrario c’è un’esagerazione di popolo. Chi vive qui, sparisce dalla parrocchia perché è impegnato a lavorare per la stagione. Avviene come una sostituzione di fedeli. Vengono dal continente per lo più per la messa, per le confessioni», diventa una Chiesa che dà un servizio. Nei mesi invernali, invece, «la parrocchia è attiva, diventa una comunità con catechismo e oratorio».
Don Alessandro – anche se i più affezionati lo chiamano «don Sandrino» – è parroco con rettorie sparse sul territorio di competenza ma anche docente di patrologia e direttore dell’Istituto superiore di Scienze Religiose Sassari-Tempio Ampurias. Riuscire a coniugare gli impegni con una presenza fissa è il più delle volte impossibile. La Gallura non vive livelli già gravi di spopolamento ecclesiastico come nelle zone interne, ma i piccoli centri sono i primi a doversi dividere il prete con altre parrocchie o altri incarichi, come in questo caso.
«Ci salviamo perché, specie nel nostro territorio, abbiamo una componente alta di stranieri. La diocesi sta portando avanti convenzioni con sacerdoti latinoamericani». Don Cossu per esempio ha un vicario, «è del Venezuela», ed è il suo alter ego. «Ne ho avuto anche uno africano. Ma sono sempre più convinto che i sacerdoti latinoamericani si adattino meglio alla mentalità sarda». Imparare la lingua è più facile, di conseguenza rendersi interessanti e farsi ascoltare durante le omelie. Il parroco è certo: «Sostituiranno a poco a poco i preti sardi lì dove verranno a mancare». Poi c’è un altro ampio discorso, quello di «generazioni più istruite, ma meno credenti». Che oggi in famiglia si osservi molto meno la dottrina cattolica è evidente. Colpa anche del «distacco tra popolo e clero». Non è il suo caso. Il prete motociclista per molti è il prete cantante perché su youtube hanno migliaia di visualizzazioni. Ma ammette: «Viviamo un periodo storico di carenza dell’affettività». E neanche gli uomini di Chiesa ne sono immuni.
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