La Nuova Sardegna

La sentenza

Si ammala di tumore dopo le missioni all’estero, il Tar condanna il Ministero: vittoria per un carabiniere sardo

Si ammala di tumore dopo le missioni all’estero, il Tar condanna il Ministero: vittoria per un carabiniere sardo

Ok a risarcimento di 262mila euro: soddisfazione espressa da Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto e legale del militare

3 MINUTI DI LETTURA





Il TAR Sardegna ha condannato il Ministero della Difesa a risarcire con oltre 262mila euro Cesare Salvo, carabiniere di Cagliari che si ammalò di tumore dopo aver partecipato a tre missioni all'estero. I giudici hanno stabilito che l'amministrazione non ha predisposto le necessarie misure di protezione per il militare, esposto a uranio impoverito, amianto e metalli pesanti in Kosovo, Albania ed Etiopia-Eritrea.

La sentenza del tribunale amministrativo chiude una battaglia legale e umana durata ben vent'anni.

La diagnosi e il calvario personale

La vita di Cesare Salvo cambia radicalmente nel luglio 2006, ad appena 34 anni, quando riceve la diagnosi di tumore. Alle spalle ha già un solido percorso nell'Arma e tre delicate missioni internazionali. Davanti a sé, invece, si materializza un lungo calvario fatto di interventi chirurgici, cinque cicli di chemioterapia e il costante terrore di non farcela. La consulenza tecnica ha descritto una sofferenza profonda, legata non solo al fisico ma anche al pesante impatto psicologico della malattia. Nel 2011 la patologia viene riconosciuta come dipendente da causa di servizio e, nel 2015, Salvo ottiene ufficialmente lo status di Vittima del dovere.

Le motivazioni del TAR e la mancanza di protezioni

Al centro della sentenza dei magistrati sardi ci sono le condizioni ambientali ed estreme in cui il carabiniere ha prestato servizio. Il TAR ha considerato accertato che il militare abbia operato in aree contaminate da ordigni bellici pesanti e armamenti all'uranio impoverito; metalli pesanti e amianto; radiazioni ionizzanti e non ionizzanti e sostanze tossiche diffuse nell'ambiente. 

A questo quadro si sono aggiunti lo stress prolungato e l’ipervigilanza tipici dei contesti di guerra. Secondo i giudici, il Ministero della Difesa non è stato in grado di dimostrare di aver fornito i mezzi di protezione specifici o di aver adottato le cautele necessarie per garantire gli standard di sicurezza del personale. Per questo motivo, il ruolo dell'Arma è stato ritenuto determinante nello sviluppo del tumore.

«Una tutela che lo Stato deve a chi lo serve»: soddisfazione è stata espressa dall'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto e legale del militare, che ha evidenziato la portata storica del provvedimento: «Un militare sa che una missione può comportare pericoli e li affronta per servire lo Stato, ma questo non significa accettare rischi che possono e devono essere prevenuti. Questa sentenza assume un significato che va oltre il caso singolo: chi serve il Paese ha diritto a sapere a cosa viene esposto e ad avere tutte le protezioni possibili».

Bonanni ha poi concluso con un monito per il futuro: «Per troppo tempo molti militari hanno dovuto combattere una seconda battaglia dopo il rientro: prima contro la malattia e poi per i propri diritti. La sicurezza non può arrivare dopo, quando il danno si è già verificato. Deve precedere la missione, accompagnarla e continuare al rientro».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Ministero infrastrutture

Concessioni balneari, c’è il bando: la durata, il canone, gli indennizzi agli uscenti – Che cosa succede ora

Le nostre iniziative