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Pensioni 2027, uscita a 64 anni, minime e Quota 41: cosa può cambiare con la Manovra

Pensioni 2027, uscita a 64 anni, minime e Quota 41: cosa può cambiare con la Manovra

Il governo deve trovare le coperture per anticipi, proroghe e correttivi ai nuovi requisiti

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Roma La partita sulle pensioni entra nella fase decisiva. Entro il 20 ottobre il disegno di legge di Bilancio è atteso in Parlamento e solo allora sarà possibile capire quali delle numerose proposte discusse nelle ultime settimane riusciranno davvero a entrare nella Manovra 2027.

Il problema principale è quello delle risorse. Le richieste dei partiti spaziano dall’aumento degli assegni più bassi a nuove forme di pensionamento anticipato, fino al tentativo di limitare l’aumento automatico dei requisiti legato alla speranza di vita. Ma lo spazio finanziario è ristretto e ogni intervento dovrà essere accompagnato da una copertura.

Uno dei dossier più rilevanti riguarda proprio le pensioni minime. Forza Italia propone di portarle a 800-850 euro netti al mese attraverso un incremento selettivo. Secondo le stime diffuse dal partito, l’operazione avrebbe un costo vicino al miliardo di euro.

Nel 2026 il trattamento minimo Inps è pari a 611,85 euro mensili, saliti a 619,80 grazie alla maggiorazione straordinaria prevista per quest’anno. Questo aumento, però, non è strutturale e dal 2027 dovrebbe essere nuovamente finanziato per poter proseguire.

Un capitolo distinto è quello della rivalutazione legata all’inflazione. Per il 2027 il Documento programmatico di finanza pubblica indica al momento un adeguamento provvisorio del 2,9%, che dovrà comunque essere aggiornato sulla base dei dati definitivi.

La Manovra dovrà inoltre fare i conti con l’aumento dei requisiti pensionistici previsto dal prossimo anno. In assenza di modifiche, dal 1° gennaio 2027 la pensione di vecchiaia scatterà a 67 anni e un mese. Per la pensione anticipata ordinaria saranno invece necessari 42 anni e 11 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 11 mesi per le donne.

La Lega chiede di fermare questo meccanismo. La Camera ha già approvato una mozione della maggioranza che invita il governo a valutare correttivi agli adeguamenti automatici e una maggiore flessibilità in uscita. Il voto, però, non modifica direttamente i requisiti: per bloccare o correggere lo scatto serve una norma.

Tra le proposte più discusse c’è anche l’estensione della pensione a 64 anni ai lavoratori che hanno iniziato a versare contributi prima del 1996 e che ricadono quindi nel sistema misto. L’ipotesi, sostenuta dalla Lega e illustrata dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon, prevederebbe almeno 25 anni di contributi e il ricalcolo dell’intero assegno con il metodo contributivo.

La possibilità di lasciare il lavoro a 64 anni esiste già per chi ha cominciato a versare dal 1996, ma è subordinata anche ad altri requisiti, tra cui una determinata anzianità contributiva e il raggiungimento di una soglia minima dell’assegno. La novità sarebbe quindi l’allargamento del meccanismo anche a una parte dei lavoratori del sistema misto.

La misura verrebbe sperimentata per tre anni. Le stime finora indicate parlano di una spesa compresa tra 1,5 e 1,6 miliardi di euro l’anno, con circa 80mila uscite nel primo anno e 180mila nell’arco del triennio. Il ministro dell’Economia ha mostrato apertura alla proposta, ma restano da definire sia la copertura sia i requisiti finali.

Nel confronto torna anche Quota 41, cioè l’uscita dal lavoro dopo 41 anni di contributi indipendentemente dall’età. Oggi questa possibilità è limitata ai lavoratori precoci appartenenti a determinate categorie tutelate.

Tra le ipotesi allo studio figura una versione diversa, con un’età minima di 62 anni e una penalizzazione sull’assegno per chi decide di anticipare il pensionamento. Si è parlato di una riduzione del 2% per ciascun anno di anticipo, fino a un massimo del 10% a 62 anni. Si tratta però di parametri ancora in discussione e non di regole già approvate.

Resta aperto anche il destino dell’Ape sociale, l’indennità destinata ad accompagnare verso la pensione alcune categorie considerate più fragili, tra cui disoccupati, caregiver, persone con invalidità e lavoratori impegnati in attività gravose. L’Ape sociale è oggi riconosciuta a chi matura i requisiti entro il 31 dicembre 2026. Per mantenerla anche negli anni successivi sarà necessaria una nuova proroga con relativa copertura finanziaria.

Diversa è la situazione di Quota 103 e Opzione Donna, che non sono state rinnovate per nuove platee. Quota 103 resta utilizzabile da chi aveva maturato i requisiti entro il 31 dicembre 2025, mentre Opzione Donna riguarda chi li aveva raggiunti entro il 31 dicembre 2024. Una loro riapertura richiederebbe quindi un nuovo intervento legislativo.

Sul fronte delle opposizioni, Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra chiedono soprattutto di intervenire sull’aumento dell’età pensionabile e di rafforzare le tutele per i lavori usuranti e gravosi.

Tra le proposte avanzate ci sono anche la stabilizzazione dell’Ape sociale, il riconoscimento previdenziale dei periodi dedicati al lavoro di cura, il ripristino di Opzione Donna e una pensione di garanzia rivolta in particolare ai giovani con carriere discontinue. L’obiettivo sarebbe ridurre il rischio che lunghi periodi di precarietà, disoccupazione e salari bassi producano in futuro assegni pensionistici troppo ridotti.

Una mozione delle opposizioni dedicata agli scatti pensionistici e al rafforzamento delle tutele era stata respinta dalla Camera a gennaio.

Il margine di intervento resta comunque condizionato dai conti pubblici. Il Documento programmatico di finanza pubblica destina lo spazio aggiuntivo di deficit alle spese per energia e difesa. Le misure previdenziali dovranno quindi essere finanziate all’interno delle risorse ordinarie della legge di Bilancio, in concorrenza con le altre priorità della Manovra.

Il governo dovrà perciò decidere dove concentrare le risorse: su una nuova forma di pensionamento anticipato, sul rafforzamento delle pensioni minime oppure su interventi più limitati, come la proroga dell’Ape sociale e la revisione dei requisiti in aumento dal 2027.

La data chiave resta il 20 ottobre. Solo con l’arrivo della legge di Bilancio in Parlamento sarà possibile distinguere le misure realmente finanziate dalle semplici proposte. Fino ad allora, l’uscita a 64 anni per i lavoratori del sistema misto, Quota 41 estesa e il nuovo aumento delle pensioni minime restano ipotesi politiche, non nuovi diritti già in vigore.

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