Mont’e Prama, Muroni contesta Ranieri: «Nave nuragica? I dati del georadar non bastano, la ricerca è altro»
Il presidente della Fondazione boccia la teoria del geofisico sulla presenza del complesso sotto lo stagno di Cabras: «Ipotesi affascinante ma cortocircuito scientifico»
Sassari «Il georadar non basta, ci vuole molto di più». Anthony Muroni, presidente della Fondazione Mont’e Prama, accoglie con riserva, piuttosto profonda, le rivelazioni alla Nuova del geofisico Gaetano Ranieri che avrebbe svelato l’esistenza di un complesso nuragico sotto il fondo dello stagno di Cabras, con tanto di navi in perfetto stato di conservazione.
«Comprendo perfettamente come il fascino di una “nave nuragica sepolta” o di una “città dei giganti” stampata in 3D possa catturare l'immaginazione dei lettori – spiega Muroni – ma il dovere di un’istituzione culturale è quello di riportare il dibattito sul binario del rigore scientifico e delle evidenze materiali».
Il metodo Ranieri, dunque, non ha convinto dalle parti di Mont’e Prama, perlomeno nelle aree istituzionali che curano il patrimonio archeologico del Sinis: «Il professor Ranieri, in qualità di ingegnere minerario specializzato in geofisica, ha fatto parte del team che operò a Mont’e Prama nel 2014, fornendo il suo contributo tecnico a una squadra composta in primis da archeologi – continua Muroni –. Tuttavia, è fondamentale chiarire un principio basilare della ricerca moderna: un'anomalia rilevata da uno strumento acustico o radar, per quanto affascinante e suggestiva, rimane un dato strumentale e astratto. Trasformare un'eco o una variazione di densità del sottosuolo nella certezza di avere individuato scafi o architetture complesse, saltando a piè pari la necessaria verifica autoptica e lo scavo stratigrafico, rappresenta un cortocircuito metodologico che la comunità scientifica non può avallare».
La bocciatura, dunque, è totale e non prevede appello. Anche perché subito dopo Muroni cita i pareri contrastanti di altri studiosi: «Le ipotesi riportate nell'articolo trovano peraltro la ferma contestazione di geologi e archeologi. L'idea che quattromila anni fa lo stagno di Cabras fosse un “lago di acqua dolce” mal si concilia con i dati oggettivi in nostro possesso. La composizione stessa del bacino, le sue quote, l'evoluzione storica della salinità e i reperti paleobotanici non sono compatibili con lo scenario descritto».
Allo stesso modo viene rispedita al mittente l’ipotesi climatica ventilata da Gaetano Ranieri come spiegazione dell’improvviso declino della civiltà nuragica: «Le tesi che invocano catastrofi improvvise, dai terremoti alle alluvioni, per spiegare i mutamenti della civiltà nuragica sono da tempo superate da un'archeologia che indaga processi storici, sociali e climatici graduali e ben più complessi».
Nessuna “grande onda” e nessun “violento e repentino cambiamento climatico” convincono il presidente della Fondazione e dare credito alle teoria di Ranieri. Anzi, Muroni rimarca il ruolo della “sua” istituzione: «La Fondazione Mont’e Prama non si limita però a contestare le suggestioni, ma opera attivamente sul campo attraverso la ricerca validata. Dopo aver ottenuto le necessarie concessioni dal ministero della Cultura, abbiamo avviato una vasta campagna di prospezione dello stagno, condotta dalla nostra area scientifica in stretta sinergia con un pool accademico di altissimo livello, che coinvolge l'Università del Salento, il Politecnico di Torino, l'Università di Cagliari e l'Università di Sassari. Questa indagine multidisciplinare incrocia dati geologici, geofisici e archeologici reali, e i primi riscontri sembrano smentire categoricamente le ipotesi solitarie emerse in questi giorni».
Lo spazio di manovra, dunque, è sempre più ridotto, al punto che Muroni cita “smentite categoriche” arrivate dagli studi compiuti nelle pressi delle aree indicate da Ranieri, quelle che custodirebbero almeno un nuraghe monumentale integro e una nave in legno. Su una cosa, però, sono tutti d’accordo: il Sinis è un tesoro: «Il nostro territorio custodisce un patrimonio inestimabile che merita di essere studiato e raccontato al mondo. Ma proprio per il rispetto che dobbiamo alla nostra storia, la narrazione non può prescindere dal metodo. I “terabyte di dati” sono uno strumento formidabile, ma senza il vaglio incrociato delle diverse discipline storiche e scientifiche rischiano di produrre suggestioni, non conoscenza. La Fondazione continuerà a lavorare su questa strada: quella meno clamorosa e più faticosa, ma l'unica in grado di restituirci la verità sul nostro passato», conclude Muroni che dunque esclude la possibilità di battere strade alternative, confinando le rilevazioni di Ranieri nell’ambito dell’astratto.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
