Nicola di Bari: «Il Sudamerica, l’amicizia con Ornella Vanoni e quell’ultimo incontro con Luigi Tenco»
Il cantante pugliese racconta la sua carriera: dall'arrivo a Milano alle vittorie a Sanremo e Canzonissima
C’è stato un momento in cui in Italia in classifica c’era una costante: il nome di Nicola di Bari. Tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta il cantante pugliese inanellava un successo dietro l’altro, da “La prima cosa bella” a “Vagabondo”, da Sanremo a Canzonissima, fino a conquistare quel Sudamerica che da allora non l’ha mai tradito. E lui, a 85 anni compiuti, è pronto a ripartire con un nuovo album e a varcare ancora l’oceano.
Nicola, qual è stata la prima cosa bella della sua vita?
«Il giorno che nacque la mia prima figlia. Nascendo ci ha arricchiti di nuove emozioni. Dopo la sua nascita io e la mamma abbiamo scritto “La prima cosa bella” con l’aiuto di Mogol che l’ha cesellata ed è diventata quella che tutti conosciamo».
Cosa voleva fare da grande?
«Io ero già sulla strada per laurearmi in legge. Era il desiderio dei miei genitori e anche il mio. Ma mentre stavo cercando di portare avanti questi miei progetti vinsi un concorsino musicale per dilettanti...».
Cantare era la sua passione?
«La musica mi è sempre piaciuta, era un qualcosa che avevo dentro. Uno scopritore di talenti mi offrì una scrittura privata di tre mesi. Ai miei dissi: “vado a conoscere Milano, non ho nessuna spesa, tra tre mesi sono di nuovo qui”».
Le cose invece andarono diversamente.
«Il proprietario della casa discografica si accorse che avevo una voce particolare, un po’ italo-afro-americana. E disse: “questo lo metto sotto contratto per cinque anni”. Mi mandarono al Cantagiro con un rhythm and blues americano che tradussero e adattarono per me. Fu un successo abbastanza considerevole. Iniziai a piacere ai ragazzini e soprattutto conobbi mia moglie Agnese. A quel punto la mia vita prese un altro corso e ai miei dissi: “se le cose non dovessero andare bene torno giù con la mia ragazza”. E invece subito arrivò Sanremo».
Sanremo 1965, “Amici miei” in coppia con Gene Pitney. Come fu affrontare il festival?
«Non le nascondo che tremavo come una canna. Sanremo era il sogno di tutti i ragazzini che cantavano. Salii con tutte le mie paure su quel palco e mi accorsi che la gente mi guardava incuriosita. Questo mi spinse ad andare avanti».
Nello stesso anno esordì al festival anche Ornella Vanoni.
«Di Ornella ho gran bei ricordi e sono voluto andare a salutarla alla camera ardente. Era una donna preparatissima con uno stile tutto suo. Diventammo amici, soprattutto quando qualche anno dopo facemmo insieme Canzonissima. Dopo la mia vittoria vennero tutti nel mio camerino e lei, questa signora meravigliosa, disse: “Nicola non è bello ma è tutto da baciare”. Abbiamo fatto tante cose e l’altro giorno, quando con le mani mi sono attaccato alla sua bara, ho rivisto il film di quello che abbiamo vissuto insieme e mi è scappata una lacrima».
A Sanremo è in gara anche nel 1966 e nel 1967, l’anno del suicidio di Luigi Tenco. Voi eravate amici.
«Luigi era un tipo particolare, molto introverso. Diventare suo amico era difficile, ma noi ci piacemmo, forse perché uomini di mare avevamo qualcosa in comune. Quella sera ero insieme a lui fino a poco prima di salire sul palco. Gli dissi: “ti chiamo domani”. Invece, chiamarono me per dirmi quello che era successo».
Il 1970 è l’anno della svolta: “La prima cosa bella”, rifiutata da Gianni Morandi.
«Io gli proposi di venire in coppia con me, ma disse che aveva un’altra canzone. Allora scelsi questo quartetto di ragazzi genovesi (i Ricchi e poveri, ndr). Mi piacquero nel provino e accettarono di presentarsi con me».
Secondi a Sanremo, e nel disco c’è Lucio Battisti che suona la chitarra.
«Lucio suona le tre chitarre. Ci stimavamo moltissimo, tra noi c’era una certa empatia e si offrì di suonare le chitarre. Fu un regalo enorme».
Arriviamo al 1971-72: la vittoria a Sanremo, quella a Canzonissima e il bis a Sanremo.
«Fu un periodo pazzesco. Non me ne capacito: mai avrei immaginato di poter vincere due festival e Canzonissima, più “La prima cosa bella” che fece il giro del mondo. È un periodo che ha segnato la mia vita».
E poi con “Vagabondo” va alla conquista di Sudamerica e Spagna.
«Non feci nulla per meritarmelo. Andai per caso e mi fecero incidere “Vagabondo” in spagnolo. Arrivai in vetta alla classifica in tutti i paesi sudamericani. Fu un qualcosa che mi mise in imbarazzo, mi diede molte ansie per quello che stavo vivendo. E invece è nato un amore quasi viscerale che non vuole morire: dopo 50 anni non vogliono mollarmi. E ne sono felicissimo».
Qual era il suo rapporto con i suoi colleghi?
«Ci stimavamo, c’era amicizia con Gianni Morandi, Massimo Ranieri, Iva Zanicchi, Patty Pravo, Ornella Vanoni. Tutti grandi compagni di viaggio in questa professione».
Perché dopo quell’exploit in Italia ci fu un rallentamento?
«Nessun rallentamento. È che iniziò questa grande avventura americana che mi portava a stare almeno sei mesi all’anno lì. Non voglio vantarmi, ma ero molto amato, dalla Patagonia alla Florida, alla California».
L’ultimo concerto?
«Il 14 febbraio 2020 a Miami, due giorni dopo tornai in Italia e scoppiò la pandemia. Dopo il Covid ho avuto qualche problema fisico, ma in primavera conto di uscire con il nuovo album».
Manca da Sanremo dal 1974. Ha provato a tornare?
«Non è che non mi piacerebbe, ma non ho avuto il tempo neanche di pensarci».
Nicola di Bari e la Sardegna.
«Nel 1971 feci una serie di concerti in tutte le città e mi innamorai della Sardegna e dei sardi. Nell’isola ho amici meravigliosi, come Lucio Tunis, che spesso mi ospita a Cagliari. Il mio amore per la Sardegna è una malattia. Una bella malattia».
Rimpianti?
«Avrei voluto laurearmi, ma non è stato possibile, perché ho iniziato a girare il mondo».
Qual è l’ultima cosa bella della sua vita?
«Quella che vivo tutti i giorni: la mia famiglia. Una sposa meravigliosa, quattro figli, i nipotini sono la cosa più bella che ho».
