Massimo Giletti: «Devo tutto a Minoli, D’Urso? Non sono un fan, ma lo stop è ingiusto»
Il conduttore si racconta: dai primi passi nel mondo del giornalismo al rapporto con l’isola
Trent’anni fa Massimo Giletti esordiva al timone dei “Fatti vostri”, un programma che lo ha trasformato in uno dei volti più popolari della tv. Prima in Rai, poi a La7, ora di nuovo in Rai - dove ha appena concluso la seconda edizione di “Lo stato delle cose” -, Giletti è riuscito a dare un’impronta personalissima alla sua tv, fatta di dibattiti, inchieste e battaglie in cui spessissimo ci ha messo la faccia.
Giletti, ma lei cosa voleva fare da grande?
«L’astronauta. In fondo viviamo in un mondo di marziani. E non sono andato molto lontano dal sogno».
Azienda di famiglia e giornalismo: la sua slinding door?
«Guardare un programma che si chiamava Mixer mentre lavoravo nell’azienda di mio padre nel Biellese e capire che quello sarebbe potuto diventare un mio obiettivo. E così avvenne».
Come è arrivato a Mixer?
«Telefonai al centralino. Per circa sei mesi ho chiamato la segretaria Dora Ricci e le ho chiesto di poter incontrare Giovanni Minoli. Ero diventato un’ossessione. Alla fine, pur di liberarsi di me, la segretaria mi fece fare questo colloquio. Ho poi saputo che lei supplicò Minoli di “incontrare questo Giletti che continua a chiamare...”».
Primo incontro con Minoli.
«Durò più di un’ora. Poi ho scoperto che lui in realtà voleva dissuadermi dal lasciare l’azienda di famiglia. Era un po’ prevenuto nei miei confronti. Pensava che il mio fosse un colpo di testa e non una passione. Non si fidava. Solo quando si è reso conto della mia caparbietà e della mia voglia di mettermi alla prova mi ha messo sotto contratto. Per un mese. Che poi sono diventati cinque anni».
Cosa è stato Minoli per lei?
«Tutto. È stata la persona che ha creduto in me, mi ha aiutato a crescere come professionista e come uomo».
E Michele Guardì?
«È stato l’allenatore sul campo. Con lui ero in tv tutti i giorni, una volta ho superato anche Maurizio Costanzo: 400 puntate in un anno. Pippo Baudo diceva che i conduttori si vedono quando stanno in piedi, perché lì dimostrano la capacità di gestire il palcoscenico. Guardì mi ha dato gli strumenti per migliorare la mia capacità innata».
Il conduttore Giletti è rimasto sempre giornalista?
«Non ho mai abdicato. Quando mi hanno proposto di condurre reality o giochi tipo i “pacchi” ho sempre rifiutato. Ma io mi definisco un “televisionista”, perché io sono nato in tv e il mio modo di raccontare è diverso dal giornalista in senso stretto».
Ha un modello?
«Sicuramente Michele Santoro: grande teatralità, tempi giusti, uno che non lascia nulla al caso, neanche la scenografia».
L’Arena è il suo marchio di fabbrica, il suo Costanzo show, il suo Che tempo che fa.
«L’Arena è come fosse mia figlia. È un prodotto che ha avuto un successo straordinario in Rai: 4,5 milioni di telespettatori. È un programma di cui vado fiero, ha portato la domenica a dibattere della realtà».
L’Arena che porta nel cuore?
«Ho un ricordo molto particolare di una puntata in cui stavo facendo la battaglia per una giovane donna violentata da un medico, che, nonostante la condanna in primo grado, era ancora in servizio. A un certo puntò telefonò in diretta Adriano Celentano e sentire il suo sostegno mi fece capire che ero nel giusto».
E l’Arena più difficile?
«Lo scontro durissimo con Mario Capanna sui vitalizi. Stavamo raccontando della morte di una giovane madre mentre correva per prendere il treno, una corsa che forse si rivelò fatale. Lui sorrise. Io scagliai il suo libro per terra e presi 20mila euro di multa dalla Rai. Lo rifarei? Sì, con grande gioia».
Da sei anni vive sotto scorta per le minacce di un boss mafioso: si è mai detto chi me lo ha fatto fare?
«Tutto nacque dalla scarcerazione del boss Zagaria dal carcere di Sassari durante il Covid. Ed è una battaglia che rifarei. Certo, avrei voluto essere meno solo. Forse, se altri colleghi l’avessero fatta insieme a me non sarei finito sotto scorta».
La sua carriera è stata tutta tra Rai e La7: mai avuto la tentazione di andare a Canale 5?
«Pier Silvio Berlusconi è riuscito a espandere la potenza di Mediaset, l’ha rafforzata dopo la morte del padre, un genio della tv. Nella vita, mai dire mai».
Il rapporto con i partner: con Mara Venier furono scintille…
«I giornali amplificano sempre. Con Mara abbiamo un rapporto fraterno, ci vogliamo bene. Ai tempi poi lei era già una regina e io un ragazzotto...».
Su Barbara D’Urso, in passato, ha espresso qualche critica: che effetto le fa vederla in panchina?
«Non ho mai amato il modo di fare tv di Barbara. Ciò non toglie che la reputi un animale televisivo di grande forza e impatto. Una donna di grande personalità. Pertanto, massimo rispetto e dispiacere per lei, anche perché dove Barbara è andata ha sempre funzionato».
Nel 2024 è tornato in Rai dopo anni: che aria tira?
«Io credo sia stato importante tornare in Rai, è un’azienda che ho amato dal primo giorno in cui sono entrato. Conosco tutte le persone che ci lavorano. Quello che mi stimola è riuscire a creare programmi interni all’azienda per dimostrare che ci sono grandi professionalità. E anche il prossimo che sto preparando per giugno sarà così».
Un rimpianto nella carriera?
«Nella carriera no. Un rimpianto personale è quello di non avere potuto abbracciare mio padre mentre se ne andava. È un tormento che ritorna».
Quanta Sardegna c’è nella sua vita?
«Ho un legame molto profondo. Nel 1990 Minoli mi mandò nell’isola e mi disse: “dobbiamo girare un film sulla danza, portami i luoghi belli della Sardegna”. Era “La luna incantata” con Alessandra Ferri, che vinse il primo premio al festival di Cannes. Solo un genio come Minoli poteva riuscirci. Ricordo ancora la prima volta che vidi Piscinas».
Quanto Giletti c’è nella imitazione di Ubaldo Pantani?
«(ride, ndr) Mi fa molto bene, è bravo. Una volta andai all’allenamento della Juve, mi vide Ibrahimovic e mi fece una battuta. Aveva visto l’imitazione di Ubaldo ed era convinto fossi io».
È più facile che un giorno diventi conduttore di Sanremo o sindaco di Torino?
«Un frate trappista».
