Ugo Dighero: «San Francesco, uomo controcorrente: per primo capì che la strada del denaro porta alla distruzione»
L'attore genovese a Cagliari con lo spettacolo tratto dal testo di Dario Fo e Franca Rame
San Francesco secondo Dario Fo, messo in scena da Ugo Dighero. L’ultimo appuntamento della rassegna Carmine2026, firmata Cedac su indicazione dell’assessorato alla Cultura di Cagliari, sarà un omaggio al premio Nobel a cento anni dalla sua nascita. Sul palco, l’attore genovese diretto da Giorgio Gallione. L’appuntamento con “Lu Santo Jullare Francesco” di Dario Fo e Franca Rame è per sabato alle 19.30 in piazza del Carmine a Cagliari: ingresso libero.
Dighero, Dario Fo e Franca Rame raccontano un santo molto lontano dall’immagine agiografica. Cosa l’ha colpita di questo Francesco?
«Era un personaggio scomodo. Ci sono tantissime fonti, in primis la biografia di San Tommaso, suo coetaneo – tutte andate distrutte perché la Chiesa ordinò di farle bruciare –, da cui emerge chi era Francesco. Utilizzando l’arma dell’ironia, Fo ci presenta un uomo con un caratteraccio, tosto da seguire, con una fortissima avversione per il denaro. Un uomo che al giorno d’oggi finirebbe sicuramente in galera. Francesco era completamente controcorrente. Figuriamoci rispetto a questa epoca, in cui tutto si misura col denaro».
Che cosa significa per un attore confrontarsi oggi con la scrittura e, soprattutto, con la presenza scenica di Fo?
«Innanzitutto, devi confrontarti con lo strumento che lui utilizza, quel grammelot ripreso dai vecchi giullari del 1300. Ai tempi l’italiano non esisteva. E Dario Fo utilizza la stessa tecnica di Francesco: attraverso un miscuglio di dialetti riusciva a dialogare con tutti. Dunque, in primis, ho dovuto prendere confidenza con questo tipo di linguaggio, che è estremamente comunicativo, perché parla direttamente allo stomaco delle persone, raccontando storie con grande comunicazione di sentimenti ed emozioni».
Quanto è difficile oggi restituire quella forza senza cadere nell’imitazione di Fo?
«Dario Fo bisogna dimenticarselo proprio per evitare di cadere nell’imitazione. Sarebbe perdente in partenza. È una scrittura molto alta che, dal punto di vista attoriale, può essere comunicata in mille modi».
A ottocento anni dalla morte del santo, quali aspetti le sembrano più contemporanei?
«La strada del denaro: oggi impera in tutti i campi e porta alla distruzione. Vediamo la corsa agli armamenti: follia assoluta».
C’è un Francesco oggi?
«Non qualcuno così radicale. Lui rifiutava in toto il denaro: nessuno doveva possedere soldi, case, terreni. Una scelta impossibile da praticare oggi. Forse gli unici sono gli homeless, che però sono confinati ai margini della nostra società».
Lo Stabile di Genova, i Broncoviz, la Gialappa’s, Un medico in famiglia, Don Puglisi. Quanto queste esperienze hanno contribuito a costruire l’attore che è oggi?
«Per un attore curioso come sono io, frequentare linguaggi diversi è una fortuna. Ma forse non è un tipo di scelta così appagante in un mondo che vuole etichettare tutto. Se sei comico, lo devi essere per tutta la vita. Saltare da una grammatica all’altra non è proficuo. C’è poi la famosa leggenda che un comico è un attore di serie B. Nulla di più sbagliato: i comici sono anche grandi attori drammatici, e non è vero il contrario».
Il cinema è un rimpianto?
«L’ho frequentato pochissimo. Ma è un ambiente chiuso. Sempre gli stessi attori: quando uno va forte viene spremuto all’inverosimile, fino ad abbandonarlo quando non serve più».
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