La Nuova Sardegna

L’intervista

Luca Argentero: «Da Bonatti a Tomba: ecco i miei eroi. Doc? Non ho alcuna intenzione di lasciarlo»

di Alessandro Pirina
Luca Argentero: «Da Bonatti a Tomba: ecco i miei eroi. Doc? Non ho alcuna intenzione di lasciarlo»

L’attore arriva in tournée a Cagliari e Sassari con il suo spettacolo: «Che scoperta la Sardegna d’inverno: magica, aspra e inaspettatamente fredda»

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Il suo nome, ormai, è una calamita. In tv e al cinema, Luca Argentero esercita una forte attrazione sul pubblico, peraltro trasversale e capace di attraversare più generazioni. Ora l’attore piemontese punta a conquistarlo anche a teatro. Appuntamento il 20 ottobre al Teatro Doglio di Cagliari e il giorno successivo al Teatro Verdi di Sassari, dove è ancora disponibile qualche posto. Due date inserite nel cartellone della settima edizione del festival letterario Fino a Leggermi Matto, firmato dalle Ragazze Terribili. In scena, Argentero porta “È questa la vita che sognavo da bambino?”, scritto a sei mani con Gianni Corsi ed Edoardo Leo, che firma anche la regia. Le musiche sono di Davide Cavuti.

Argentero, nello spettacolo racconta le storie di Luisin Malabrocca, Walter Bonatti e Alberto Tomba: tre uomini diversi, tutti diventati, ciascuno a modo proprio, degli eroi. Perché ha scelto proprio loro?

«Raccontare me sarebbe stato poco interessante. Cerco di raccontarmi attraverso le loro storie e ciò che mi hanno insegnato. Ognuno ha contribuito alla formazione di un ragazzo che, diventando grande, continua a porsi quella domanda. ..».

È diventato quello che sognava da bambino?

«Non lo so, non ne ho idea, ma sicuramente sono meglio di come mi immaginavo. L’unico merito che ho è stato il coraggio di affrontare alcune sfide. Ognuno di loro mi ha insegnato qualcosa».

Partiamo da Malabrocca, l’inventore della “Maglia Nera” al Giro d’Italia.

«Mi ha fatto capire che non si vince per forza salendo sul gradino più alto del podio. Nella vita si può vincere in tanti modi».

Bonatti, l’uomo che ha sfiorato la cima del K2.

«Da lui ho imparato che la corsa si fa in solitaria, senza nessuno che ti applauda. Devi porti un obiettivo e cercare di raggiungerlo, consapevole della fatica che ti aspetta».

Tomba, la “bomba”, che con le sue vittorie sugli sci fermò il Festival di Sanremo.

«Mi ha insegnato che non conta soltanto vincere, ma lasciare una traccia nel cuore delle persone. L’affetto deve durare anche dopo».

Qual è il filo rosso che unisce queste tre figure?

«Il coraggio di buttarsi in avventure e percorrere sentieri inesplorati, sfidando se stessi, la natura e gli avversari. Insomma, prendere le cose di petto e, nel dubbio, fare, buttarsi. Tutti e tre lo hanno fatto».

Che cosa c’è di Luca Argentero in questi personaggi?

«Proprio questa caratteristica, ed è il motivo per cui li racconto. Tra fare e non fare, preferisco sempre la prima opzione. Nella vita mi sono avventurato spesso su sentieri poco conosciuti, sempre con entusiasmo. Ormai è la mia forma mentis».

Alberto Tomba ha visto lo spettacolo?

«Assolutamente sì. Non sarebbe stato possibile realizzarlo senza l’approvazione delle persone coinvolte. Non puoi parlare di qualcuno senza coinvolgerlo. Io racconto queste storie come un bambino che parla del suo eroe. Ma c’è anche un altro aspetto bello nella storia di Alberto...».

Quale?

«Spesso si dice che incontrare il proprio eroe o idolo porti a rimanerne delusi. Io, invece, sono rimasto entusiasta dell’incontro con Alberto e continuo a considerarlo tale. Parlo di Tomba con la stessa luce negli occhi di quando ero bambino».

È abituato a raggiungere il pubblico attraverso lo schermo. Cosa significa salire sul palcoscenico e costruire un rapporto dal vivo, sera dopo sera?

«Il teatro completa il mio lavoro. Michele Placido mi ha insegnato che almeno una volta l’anno bisogna farlo. È importante confrontarsi con quelle emozioni e con la paura di sbagliare davanti al pubblico. Il teatro mi dà consapevolezza e sicurezza, ed è utile nel mio percorso».

Il pubblico la ama nei panni di Andrea Fanti in “Doc – Nelle tue mani”. Questa estate è uscita la notizia del suo addio alla serie, che poi lei ha smentito.

«Era luglio e non sapevamo neanche come sarebbe andata la quarta stagione. Neanche oggi sappiamo se ci sarà una quinta, ma possiamo dire che quella in onda sta andando bene».

Cos’è per lei Doc?

«È un bellissimo regalo, è una grande fortuna interpretare un personaggio che ha fatto breccia nel cuore di così tante persone. Gli voglio molto bene e, prima di separarmene, ci penserei a lungo».

Durante le riprese di “La coda del diavolo” ha scoperto una Gallura invernale, lontana dall’immagine estiva e turistica dell’isola. Che ricordo conserva di quell’esperienza?

«Alcune delle giornate più belle mai vissute in Sardegna. Senza la pressione del turismo ho potuto apprezzare la magia, ma anche la potenza e l’asprezza di certi luoghi. Da Olbia ci siamo spostati a Tempio Pausania, dove ho trovato un freddo e raffiche di vento che non mi sarei mai aspettato in Sardegna. Eravamo in una base Nato abbandonata».

Chiudiamo con Sanremo: dopo il disguido con Carlo Conti, Stefano De Martino l’ha chiamata per la prossima edizione?

«(ride) Ancora no. Ma, se dovesse chiamarmi, questa volta cercheremo di essere più chiari nelle comunicazioni».

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