La Nuova Sardegna

L’ondata urban

Olbia, la città senza letteratura che guida la cultura pop – Da Salmo a Eman Rus, Riae e Pas de mer

di Paolo Ardovino
Olbia, la città senza letteratura che guida la cultura pop – Da Salmo a Eman Rus, Riae e Pas de mer

I protagonisti della musica, del cinema, dei social e della moda in dialogo senza confini

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Viale Aldo Moro, spiazzo dell’hotel Stella 2000. Michela Murgia si incammina verso la libreria Ubik a poche centinaia di metri per presentare il suo libro “L’inferno è una buona memoria”. Il pubblico non ci sta nelle due sale ed è un fiume in piena che si riversa sul marciapiede. Murgia, tanti lettori e lettrici ma in una città che sa produrre ben poca letteratura, non crede? «Ed è un problema? Non devono esserci scrittori ovunque».

Fulminea.

Olbia non ha i suoi Satta, Atzeni e Mannuzzu. Pochi autori sono diventati regionali. Sull’arte, pochissimi hanno ricevuto un riconoscimento oltre le porte della città. Le porte che guardano all’entroterra, si intende. Perché invece quelle che danno sul mare hanno proiettato Giovanni Campus, scomparso da poco, direttamente oltreoceano. Ma la narrazione è sempre stata quella: Olbia città dalla tradizione culturale povera e bistrattata, ancora di più oggi mentre viene fagocitata da un’espansione economica e demografica senza freni. Ma è una questione di cambio di prospettiva. E parafrasando Murgia, a Olbia non bisogna guardare alla cultura tout court della letteratura e dell’arte. Nell’ultimo decennio è stato il centro più capace di tutti a dialogare con il mondo di fuori. È un rinascimento pop che vede come suo capostipite Salmo e dietro di lui studios, registi, attori e professionisti dell’audiovisivo, artisti digitali come Eman Rus, brand di moda che volano a Los Angeles, la modella social per eccellenza, personaggi sportivi che diventano icone, come Gigi Datome.

Se hai Olbia come punto di vista, ti viene molto più facile sentirti cittadino di un continente che abitante di un’isola. Però no, non è questione di facilità, è questione di speranze. E se la visuale da cui parti è quella del golfo con l’isola di Tavolara di fronte, viene molto meglio imbarcare ambizioni e paure e provare a trovare una collocazione fuori, invece che dentro. L’aggettivo più usato di questi tempi per descrivere Olbia è cosmopolita. Un po’ perché è la realtà che vive, un po’ perché è una parola esotica, di dubbia accentazione e che ci fa sentire più vicini alle parole che usano nei grandi centri oltre il mare. Milano, per esempio, cosmopolita all’ennesima potenza. La diversità di Olbia dal resto dell’isola viene quasi sempre interpretata come frammentarietà. Della memoria e dell’appartenenza. Ma il non avere la pretesa di una purezza di identità e praticare il dialogo con lingue e culture d’Italia, del Mediterraneo e del mondo, non è forse la vera essenza di sentirsi appartenenti al popolo di un’isola?

Un volume di Donzelli editore uscito quest’anno la chiama «La città collaterale». Esperti, per lo più del paesaggio e della società, la definiscono «una città proiettata verso orizzonti internazionali, che ambisce a collocarsi al medesimo livello delle grandi città mediterranee, attrarre flussi economici, sociali e culturali. Tale traiettoria, che la distingue nel panorama regionale, le conferisce una posizione di rilievo anche nella possibile riattivazione del suo entroterra». Per la sua città d’adozione, l’antropologo Bachisio Bandinu riaccendeva l’accezione “glocal”, locale e globale insieme.

Salmo è la massima espressione dello sguardo locale posato su palcoscenici esteri. «È stato il mio Virgilio» ha detto in questi giorni Cesare Cremonini, che lo ha scelto per le sessioni in studio di Londra come consulente artistico del nuovo album. Salmo che duetta con Zucchero, che è ospite nel backstage di Vasco e Jovanotti, l’olbiese che sta tra i giganti della musica. Perché un gigante, della scena rap contemporanea, lo è diventato. Il fenomeno della sua Machete crew è stata una svolta per la musica e la cultura – quella pop, non quella dei libri – dell’isola. Quindici anni fa un gruppo di amici, insieme a lui c’erano dj Slait, Hell Raton, En?gma, creava un movimento di musicisti e professionisti del visual che ha stravolto le regole della musica urban e hip hop.

Nei suoi ultimi videoclip, per le canzoni “All In” e “El Niño”, Salmo invece è tornato a casa. Nel primo caso, scegliendo la sua città come set a cielo aperto e alcune comparse di spicco, tra cui Gesuino Deiana, artista creativo a tutto tondo ex Cordas et cannas, e l’attore e regista Matteo Pianezzi, appena sbarcato su Raiplay con un corto che racconta il mestiere del cozzaro, “S’indattaraiu”. Per l’ultimo singolo, Maurizio Pisciottu ha pubblicato due versioni, in stretto rapporto tra creatività analogica e uso dell’Ai. In una versione video diretto da Andrea Folino, il regista olbiese con il quale era cominciata l’era di un rap che oltre a farsi ascoltare si faceva vedere, con piccoli capolavori visivi. Dietro Folino ci sono i Reef studios, polo multidisciplinare che unisce nomi che sono dietro le quinte di alcune delle produzioni più interessanti dal cinema breve al gaming.

“El Niño”, si diceva, è uscito in doppia versione. L’altra è di Eman Rus. Artista due punto zero, forse tre punto zero. Ha inventato la satira a furia di fotomontaggi ed è personalità influente nella società dei social. «La collaborazione con Salmo è nata spontaneamente. Ero fuori a cena un sabato sera quando ho ricevuto un suo messaggio: mi chiedeva se fossi disponibile a realizzare il video del suo pezzo. La mattina dopo ero già al lavoro. Mi ha dato carta bianca e ci siamo trovati subito in sintonia», racconta. Volto da manichino, identità segreta, ma reel e post che fanno il giro del web e una ricerca che dà una veste digitale all’arte. «Venire da un’isola può darti una spinta in più a guardare oltre i suoi confini. E non significa necessariamente andarsene fisicamente: anche le tue idee e il tuo lavoro possono arrivare lontano. È una sorta di sfida con te stesso: “Sono nato su un’isola, ma guarda fin dove posso arrivare”», spiega. L’altra faccia dei social: la sarda da milioni di follower Ria Elisabeth Mac Carthy, suicide girl olbiese-irlandese, che ha lanciato in Italia l’ondata delle modelle tatuate, meno da sfilata e più da copertine. La vocazione è sempre urban: lo dimostra il centro delle arti appena nato in città, Spazio Holo, dentro ci sono le invenzioni del collettivo Green grass film, Mirko Decandia ha presentato da poco il suo nuovo cortometraggio e l’ultimo weekend è stato all’insegna del writing. C’era anche Salmo. Arti che si uniscono, destini che si incrociano. Una crasi continua che ben riassume Luca Pirina, fashion designer con Andrea Buselli di Pas de mer. «C’è un’attitudine un po’ più selvaggia, legata al territorio, alla natura, al paesaggio e a tutto quello che la Sardegna rappresenta per noi. Allo stesso tempo, Pas de Mer rimane un brand indipendente, nato dalla passione per la musica, il cinema e l’arte in generale».

Habitué della Fashion week di Parigi, da poco il marchio olbiese è volato a Los Angeles per una collaborazione con la firma di streetwear Bodega su due t-shirt e una tote bag esposte nello shop californiano. Di nuovo quando Pirina parla del progetto di moda richiama il “glocal” di Bandinu: «Volevamo mescolare due realtà: da una parte Bodega, ormai un punto di riferimento internazionale, con un immaginario e una cultura molto riconoscibili, dall’altra noi, con le sue radici mediterranee, la sua indipendenza e un approccio forse più istintivo».

Ha il blues di John Mayer e i Police come ispirazione, Marco Azara, altro olbiese “di fuori”, chitarrista che ha conquistato i palchi con Salmo e poi mezza scena pop come produttore e compositore. Chiedere ad Alfa. Dal palazzetto della Santa Croce, Riccardo Fois siede nelle panchine della Nba, Gigi Datome è il volto del basket nazionale. Anche lui è finito in un video di Salmo. Perché gli esponenti di questo rinascimento olbiese a cavallo di questi anni ’20 ha questa forza: mondi diversi che si muovono nella stessa orbita. 

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