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Oristano

Il caso

Lei lo lascia, lui invia video intimi a familiari ed ex datori di lavoro: a processo per revenge porn

Lei lo lascia, lui invia video intimi a familiari ed ex datori di lavoro: a processo per revenge porn

Si svolgerà a porte chiuse, per tutelare la persona offesa e la riservatezza di immagini delicate

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Oristano Sei anni d’amore, divisi tra la Penisola e la Sardegna. Poi la fine della storia e, secondo l’accusa, una vendetta consumata a colpi di video. Ieri, davanti alla giudice monocratica Federica Colantonio, il processo per revenge porn a carico di un uomo di un paese dell’Oristanese è entrato nel vivo. I fatti risalgono a qualche anno fa. La vittima non è sarda e ha un lavoro stabile nella Penisola. Lui, originario di un piccolo centro della zona, si arrangia con lavoretti saltuari. Si innamorano, vivono un po’ qui e un po’ là. Fanno parte del mondo degli scambisti, e lei, raccontano gli atti, lo era diventata per amore di lui. Di quegli incontri restano dei filmati. Riprese fatte con il consenso di lei e che dovevano restare private. Quando, dopo sei anni, è lei a chiudere la relazione, lui minaccia di diffonderli. La donna non ci crede: una cosa così intima, pensa, non può diventare un’arma. Il giorno dopo essere ripartita dalla Sardegna, però, scopre su un canale Telegram un messaggio inviato dall’uomo a un’altra persona e subito cancellato. Comincia a sospettare e ha ragione. I video iniziano ad arrivare a parenti, amici, ex datori di lavoro. Qualcuno, ricevendoli, pensa a un virus e lascia perdere.

Poi un filmato raggiunge la sorella. È la svolta. Attraverso un’applicazione la donna riesce a videoregistrare quanto sta accadendo, va dalla sorella e la convince a sporgere denuncia. Convocato in caserma dai carabinieri, l’uomo si difende in modo singolare: quei video, spiega, sono la prova del tradimento di lei, che vi compare con altri uomini. Peccato che in quelle immagini ci sia anche lui.

Ma è proprio dalla vergogna che si voleva infliggerle che è arrivata la risposta inattesa. Chi ha ricevuto quei filmati, tra parenti, amici ed ex datori di lavoro, non ha voltato le spalle alla donna: ha scelto di starle accanto. Superato il primo smarrimento, comprensione e solidarietà hanno preso il posto dell’imbarazzo. Molte di quelle persone figurano oggi nella lista dei testimoni a suo favore e saranno chiamate a raccontare che cosa è arrivato sui loro telefoni e come hanno reagito. Il reato contestato è la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti, introdotta nel 2019 con il cosiddetto codice rosso e punita con la reclusione da uno a sei anni e con la multa. Dietro l’articolo del codice, però, ci sono storie come questa, in cui l’intimità diventa un’arma e la vergogna, anziché cadere su chi diffonde, ricade su chi subisce.

Il processo si svolge a porte chiuse, per tutelare la persona offesa e la riservatezza di immagini così delicate. In aula la vittima, costituita parte civile e assistita dall’avvocata Romina Marongiu, ha ripercorso il suo calvario. Ha risposto poi alle domande del pubblico ministero Marcello Floris il perito della polizia giudiziaria che ha esaminato i filmati, in assenza del pubblico ministero titolare dell’indagine Lorenzo Cosseddu. L’imputato ha seguito tutta l’udienza in aula, seduto accanto al suo avvocato.

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