La Nuova Sardegna

L’intervista

Emanuele Filiberto: «Durante l’esilio venivamo in Sardegna per respirare l’aria d’Italia»

Emanuele Filiberto: «Durante l’esilio venivamo in Sardegna per respirare l’aria d’Italia»

Dalle cene nei ristoranti alle uscite in barca nell’isola, il principe ricostruisce gli “sconfinamenti” della famiglia quando ai maschi di Casa Savoia era vietato rientrare in Italia

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Sassari Il mare della Sardegna come rifugio discreto. È da qui che prende forma il racconto di Emanuele Filiberto di Savoia, che in un’intervista al Corriere della Sera rievoca gli anni dell’esilio imposto ai discendenti maschi della dinastia e le numerose volte in cui quel divieto fu, di fatto, aggirato. «In Sardegna siamo andati più volte. In barca. Quando si poteva prendere una boccata d’aria in Italia, lo si faceva», racconta.

Un’affermazione che pesa, perché per decenni l’ingresso e il soggiorno dei Savoia sul territorio nazionale erano formalmente vietati dalla XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione, rimasta in vigore fino al 2002. Eppure, ascoltando il principe, emerge l’immagine di un confine più teorico che reale. «Altro che una volta sola, l’abbiamo fatto tutti», dice, riferendosi agli sconfinamenti compiuti insieme al padre Vittorio Emanuele. Non solo Sardegna: Valle d’Aosta, Torino, «piccoli viaggi», pranzi e cene nei ristoranti.

Il racconto si arricchisce di dettagli che restituiscono il clima di quegli anni. «I carabinieri salutavano. Facevano proprio il saluto», ricorda Emanuele Filiberto. Scene di normalità che, secondo la sua versione, rendevano l’esilio una condizione sempre più svuotata nei fatti. «Ricordo le cene, per esempio la bagna cauda. Era tutto molto semplice. E tutti erano felici di incontrarci». A volte, aggiunge, a tavola sedevano anche politici, senza però fare nomi.

A far riemergere pubblicamente questa storia è un aneddoto raccontato dallo sciatore Gustav Thöni, che nel suo libro e in un’intervista al Corriere della Sera ricorda la visita di Vittorio Emanuele e di Marina Doria nel 1974 a Trafoi, in Alto Adige. Un dettaglio tutt’altro che secondario: Trafoi è Italia, e in quegli anni l’ingresso sarebbe stato vietato. Per Emanuele Filiberto, però, non c’è dubbio: «Se Gustav lo racconta e lo scrive, è sicuramente vero». E lo giustifica come uno “strappo” dettato dalla passione per lo sport e dal desiderio di incontrare un campione.

Nel racconto del principe c’è spazio anche per episodi ancora più simbolici, come il volo in aereo compiuto dal padre insieme al nonno Umberto II, partendo da Ginevra e sorvolando Torino e Racconigi senza atterrare. «Mio nonno era commosso. Diceva: non possiamo atterrare, ma vedere quei luoghi…», ricorda. Un modo per restare legati a un Paese che restava sempre sullo sfondo.

Dal punto di vista giuridico, però, la lettura è diversa. Sempre al Corriere della Sera, il costituzionalista Mario Bertolissi ricorda che la norma era chiarissima: se intercettati, i Savoia avrebbero dovuto essere accompagnati alla frontiera. Nella pratica, osserva, quella disposizione risultava già da tempo tollerata e svuotata di efficacia.

La legge cambiò solo nel 2002, con la modifica costituzionale che consentì il rientro ufficiale. Il 15 marzo 2003 l’aereo dei Savoia atterrò a Napoli, segnando la fine formale di un esilio durato 57 anni. Ma, come mostra il racconto di Emanuele Filiberto, il confine era stato attraversato molte volte prima. Tra tutte, le navigazioni verso la Sardegna restano forse l’immagine più emblematica: un’Italia raggiunta dal mare, quando a terra era ancora proibita.

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