Ingegnera e pastora per scelta. Mariafrancesca Serra si racconta: «Donna e scienziata, ho stravolto la vecchia mentalità agropastorale»
Presidente nazionale di Donne Coldiretti dà voce a 203mila colleghe che lavorano in campagna
Oristano «In campagna ci vado con le perle, l’eyeliner e i glitter nelle scarpe. La mia femminilità non toglie nulla alla dedizione che metto nel mio lavoro. Mi alzo alle 4.30 per mungere, torno a farlo alle 17 fino a sera. Nel frattempo, sono tutto per i miei animali, Francesca di nome e di fatto. Con loro ho un legame innato e per loro divento veterinaria, ginecologa, pastora. Non alleviamo in stalla, i nostri ovini e bovini fanno solo pascolo. È sacrificante, ma è una mia scelta consapevole».
Mariafrancesca Serra ha tante vite che ribollono dentro i suoi 44 anni. Oggi è orgogliosamente presidente nazionale di Donne Coldiretti. «Questo significa dare voce a 203mila donne che lavorano in agricoltura, oltre il 31 per cento del comparto, un’enorme responsabilità», ricorda. Ma prima ancora è laureata in Ingegneria edile e architettura a Cagliari, ha un master in Costruzioni ecosostenibili, un altro in acustica ambientale. Poi, il padre con l’età che avanzava e la salute non più forte ha iniziato a parlare di vendere l’azienda di famiglia. Come l’ha presa lei?
«Non avrei mai potuto accettarlo. Mio padre non ha vissuto una vita sua per darmi le possibilità che ho avuto. Però non credeva che sarei stata capace di raccogliere il testimone in quanto donna, e questo mi ha motivata ulteriormente. Ho sempre avuto lo spirito della suffragetta, dopotutto. Fui la prima chierichetta del paese, aprendo la strada a tutte le mia compaesane. Mio padre ancora oggi si vergogna che io abbia scelto di produrre latte e allevare bovini da carne a Usellus. Ma ha 82 anni, e la sua mentalità agropastorale, figlia del suo tempo, che mal concilia l’idea di una donna con l’allevamento. Ormai non la cambierà più. La ritrovo purtroppo spesso e sono preconcetti difficili da smantellare. Per questo mondo poi, sono l’eccezione: donna e scienziata, ho stravolto l’azienda».
Lei ha passato tutta la vita lontano da casa, com’è stato?
«A 10 anni ho dovuto recidere il mio rapporto con la campagna: l’improvvisa morte di mia madre mi ha catapultata dalla dimensione del piccolo paese a Oristano, in collegio, per poter studiare. Poi da lì le superiori a Cagliari, liceo scientifico. Mentre studiavo all’Università, un viaggio in Giappone mi ha riportato alla mia dimensione d’origine».
Ci racconti meglio...
«Testarda come sono, per non chiedere soldi a casa, ho viaggiato cambiando l’ospitalità locale con il lavoro in campagna. Da Kyoto a Tokyo, fino a Osaka, ho fatto anche la mondina. E mi sono riappropriata del rapporto con gli animali, scoprendo per esempio tecniche innovative per gli anni Novanta come la stimolazione del benessere animale grazie alla musica».
Dopo la laurea, altri master e percorsi internazionali, come un lungo periodo a Vienna. Le manca la sua vita precedente?
«Non amo la narrazione romanticizzata di chi torna alle origini per una variabile imprevedibile nel percorso di vita, e perde inevitabilmente qualcosa. Questa non è una scelta di cuore, c’è la testa e il ragionamento. Ho avuto la visione che con le mie competenze e conoscenze potevo cambiare il paradigma della campagna, l’ho fatto e ne vado fiera. Portare un bagaglio multidisciplinare oggi è essenziale in agricoltura e nell’allevamento. Ci vuole determinazione, visione e coraggio. Le donne poi vedono opportunità dove gli altri vedono ostacoli, siamo generatrici di vita e bellezza».
Cosa vuol dire scegliere la campagna per vivere e lavorare?
«Oltre al loro valore economico, le aziende agricole sono presidi di civiltà: lì dove spesso non arriva lo Stato, riesce a sopperire il sistema agricolo, fatto di persone che vivono ancora una dimensione collettiva. La campagna non lascia nessuno indietro, pensiamo a usanze ataviche come sa paradura, ovvero il soccorso che si offre a chi perde il gregge, cui i vicini donano i capi necessari a ricomporlo. Per le donne, certamente un’alternativa reale per trovare indipendenza economica».
Quali sono le innovazioni di cui va più orgogliosa?
«Ho digitalizzato i processi aziendali. Seguo tutti i pascoli tramite un’app: posso monitorare lo storico di ogni pecora o vacca grazie a un bolo elettronico, che mi da lo stato di salute. Importantissima l’introduzione dell’ecografo, che uso io stessa per i capi gravidi. E ho ottimizzato la gestione dei parti. Posso fare i gruppi a seconda del periodo di progressione della gravidanza e differenziare i regimi alimentari. Ho avviato poi il processo di certificazione carbon footprint, ovvero un miglioramento dell’efficienza energetica dell’azienda grazie alla misurazione della sua quantità di emissioni di gas serra. Grazie alle competenze poi che ho conseguito con un master in acustica ambientale, sto studiando quali frequenze possono incrementare la produzione di latte».
Quali sono le cose dove lo studio o la tecnologia non l’ha potuta supportare?
«Quelle dove ha contato il mio carattere forte, ovvero le relazioni. Ancora oggi mi capita di fare delle trattative di lavoro e che mi chiedono dove sia mio padre, per diffidenza o misoginia. Chi ormai mi conosce, invece, lo rimpiange perché dice che era molto meno agguerrito di me».
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