La Nuova Sardegna

Il racconto

Dodici figli e una vita extra large, la storia della famiglia più numerosa della Sardegna: «Sette litri di latte al giorno, e un pulmino per spostarci»

di Andrea Massidda
Dodici figli e una vita extra large, la storia della famiglia più numerosa della Sardegna: «Sette litri di latte al giorno, e un pulmino per spostarci»

Parla il padre Gianni Chessa: «Tanti sacrifici, gioie e rinunce, ma rifarei tutto da capo»

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C’è un tavolo che per quasi vent’anni non è mai stato apparecchiato per meno di quattordici persone. C’è un padre che per cucinare ha comprato un pentolone da ristorante, un pulmino diventato un’interrogazione parlamentare e una casa (in realtà una palazzina su tre piani) dove la parola d'ordine è sempre stata una sola: organizzazione.

Nell’Italia in cui le culle si svuotano e fare un figlio sembra già una sfida, Gianni Chessa, sessant'anni, insegnante di educazione fisica di Quartu Sant'Elena, ha cresciuto con la moglie Silvia una famiglia di dodici figli, probabilmente la più numerosa della Sardegna. E oggi racconta questa avventura senza retorica, tra orgoglio, sacrifici e qualche ferita ancora aperta.

«Se dovessi descrivere la mia famiglia con una parola soltanto, direi: impegnativa. Qualcuno direbbe “un casino”, ma forse in un articolo del giornale non suona bene», aggiunge con una risata. «I miei amici e i colleghi mi chiamano manager, perché in effetti ho dovuto mandare avanti una piccola azienda con dodici dipendenti, tre dei quali ora lavorano e vivono per conto loro. Ma per anni, ogni mattina, ho dovuto caricare tutti in macchina, accompagnarli in scuole diverse, preparare la colazione: sette litri di latte al giorno, tre dispense piene di cereali. E per cucinare ho persino comprato un pentolone da ristorante. Tutto da noi è in formato maxi».

La fede

Quando si sposò, Gianni non immaginava che quell’iniziale cucciolata sarebbe diventata così numerosa. «Con mia moglie Silvia frequentavamo il Cammino Neocatecumenale, dove si vive l’apertura alla vita e non si usano anticoncezionali. Poi la natura ha fatto il resto. Lei era molto fertile ed evidentemente lo ero anch’io». In realtà, racconta, i figli sarebbero dovuti essere tredici. «Vittoria nacque con un cesareo d’urgenza, ma morì successivamente al parto. Dopo quella tragedia ci dicemmo che forse era arrivato il momento di fermarci. Oggi avrebbe dieci anni».

Le regole della casa

Dalla prima figlia, nata nel 1997, all’ultima arrivata, nel 2013, sono cambiate anche le modalità educative. «Con i primi ero molto rigido. Avevo poco più di trent’anni e dovevo gestire una squadra di bambini: servivano regole precise. Oggi che potrei essere un nonno sono molto più permissivo. Ma la soddisfazione più grande è vederli crescere educati, rispettosi e autonomi».

Per far funzionare una famiglia di quattordici persone, le regole sono imprescindibili. «Si mangia tutti insieme, niente cellulari a tavola, orari di rientro da rispettare e turni per le faccende domestiche. Ognuno sa quando deve apparecchiare, sparecchiare, fare le pulizie o sistemare i bagni. La normalità sono due lavatrici al giorno. Senza organizzazione è impossibile andare avanti».

I litigi

Con sei maschi e sei femmine, litigate e gelosie sono state inevitabili. «Si creano simpatie e antipatie, fratelli che vanno più d’accordo e altri che litigano. Succede in tutte le famiglie, del resto. Ogni problema, comunque, lo abbiamo sempre risolto sul nascere». E per evitare che qualcuno si sentisse trascurato, lui e la moglie hanno deciso di ritagliarsi momenti esclusivi con ciascun figlio. «Ogni tanto ne prendo uno e usciamo da soli per un gelato o una passeggiata. Situazioni molto belle».

Cellulari e social

Tra le sfide educative, nel tempo è spuntata anche quella della tecnologia. «Con i primi il cellulare era concesso solo alla fine della terza media. Ma oggi è tutto diverso: i più piccoli l’hanno avuto prima e vedo anche nei miei studenti quanto sia difficile staccarli da chat, social e serie tv. Abbiamo provato con il parental control, ma è una battaglia molto complicata».

Eppure, guardando ai figli ormai adulti, il bilancio è positivo. «Sono tutti molto responsabili. Uno vive in Svizzera, un’altra a lavora a Torino, un altro fa il cameriere a Cagliari. Si sono sempre dati da fare. In casa hanno imparato presto il valore del denaro. Se mi chiedevano dieci euro, sapevano che la risposta poteva essere sì oppure no».

La rinuncia più grande, ammette Gianni, è stata la propria. «Ho sacrificato la vita sociale: gli amici, il bar, il calcetto. Anche come coppia avevamo pochissimi spazi. La nostra vita è stata quasi interamente dedicata ai figli». Eppure non ricorda rimproveri. «Una volta, durante una vacanza in un agriturismo, ci fecero i complimenti perché, nonostante fossimo così tanti, eravamo la famiglia più serena del locale. Forse i miei ragazzi sono un po’ troppo inquadrati, ma con dodici figli la disciplina è una necessità».

I soldi

Sul fronte economico Chessa offre una riflessione che va oltre la sua esperienza personale. «Per molti anni lo Stato aiutava davvero le famiglie numerose. Dal settimo figlio non ho pagato più l’Irpef e ho percepito assegni familiari importanti. Poi, con l’introduzione dell’Assegno unico, sono venute meno diverse agevolazioni e, facendo i conti, ci abbiamo rimesso. Fortuna che mio papà ci ha dato una mano». Una delle ragioni che, a suo giudizio, contribuisce al calo delle nascite. «Oggi molti genitori pensano che un figlio debba avere tutto: scarpe firmate, corsi, palestra, attività. Così il costo diventa enorme. Noi abbiamo insegnato ai nostri figli anche il valore delle rinunce. Non hanno mai avuto scarpe da 250 euro, ma non è mai mancato loro ciò che era davvero importante: il cibo, l’istruzione, lo sport e l’affetto».

Le vacanze? «Salvo rarissimi casi, al Poetto, luogo più che dignitoso». Tra gli episodi più curiosi c’è quello del pulmino. «La legge non permetteva a un privato di immatricolare un mezzo con più di nove posti, così il nostro rimase fermo per mesi nel piazzale della concessionaria. Scrissi al ministro dei Trasporti, la vicenda finì sul Sole 24 Ore e arrivò persino a Montecitorio sotto forma d’interrogazione parlamentare: alla fine ottenni un’autorizzazione speciale che mi ha consentito di usarlo esclusivamente per trasportare la mia famiglia».

Gioie e dolori

Non sono mancati i momenti più difficili: i ricoveri di alcuni figli per gravi problemi di salute e, molti anni dopo, la separazione dalla moglie. «Dopo circa trent’anni abbiamo lasciato il Cammino Neocatecumenale. Nella comunità religiosa la cosa ha fatto molto rumore. Noi abbiamo sempre creduto nell'indissolubilità del matrimonio, ma è andata così».

Tuttavia, se tornasse indietro, Gianni rifarebbe la stessa scelta. «Qualcuno mi ha dato dell’irresponsabile. Ma i miei figli non hanno mai sofferto la fame, hanno studiato, viaggiato, lavorano e sono diventati persone responsabili. Se guardo indietro, i benefici sono stati molti più dei sacrifici». Sorride anche quando il discorso si sposta sul futuro. «Tutti mi dicono: ora avrai un esercito di nipoti. Io non ne sono così sicuro. Credo che i miei figli abbiano visto quanto sia impegnativa una famiglia così numerosa. Se diventerò nonno ne sarò felicissimo, ma penso che i miei nipoti saranno molti meno di quanto tutti immaginano»

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