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L’Università di Sassari verso il nuovo rettore, Chessa: «Siamo a un bivio, serve cambiare modello» – L’intervista

di Giovanni Bua
L’Università di Sassari verso il nuovo rettore, Chessa: «Siamo a un bivio, serve cambiare modello» – L’intervista

Il professore ordinario di Diritto costituzionale nel Dipartimento di Giurisprudenza è uno dei candidati

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Sassari Omar Chessa, docente di Diritto costituzionale, è uno dei quattro candidati alla carica di rettore dell’Università di Sassari. In corsa per il dopo Mariotti anche Francesco Morandi, Giorgio Antonio Mario Pintore e Sergio Uzzau

Professor Chessa, che cosa l’ha spinta a candidarsi alla guida dell’Università di Sassari?

«Credo che l’Università di Sassari sia davanti a un bivio: può accompagnare lentamente il proprio ridimensionamento oppure può decidere di cambiare modello. Io mi candido per la seconda strada. I prossimi sei anni non saranno facili. Avremo meno giovani in Sardegna, una competizione molto più aggressiva fra università per poche risorse pubbliche e l’intelligenza artificiale che cambierà didattica, ricerca e organizzazione del lavoro. Certo, sarebbe ingenuo pensare che un rettore possa avere da solo tutte le risposte. Però conosco questa Università abbastanza da sapere quali sono le sue grandi risorse, ma anche dove si inceppa, dove perde tempo, dove disperde energie. E prima o poi arriva un momento nel quale ciò che hai ricevuto diventa una responsabilità. Per me quel momento è adesso».

I l calo demografico della Sardegna rischia di tradursi in un forte calo degli iscritti.

«Nel 2000 i sardi con meno di 14 anni erano circa 252 mila; nel 2025 sono poco più di 151 mila. Quasi il 40 per cento in meno. Il pericolo è un circuito perverso: meno giovani, meno studenti; meno studenti, meno risorse; meno risorse, minore capacità di investire e attrarre; quindi, ancora meno studenti. Sarebbe un errore pensare di risolvere il problema semplicemente facendo pubblicità e orientamento. Bisogna diventare più attrattivi. Significa qualità della didattica, tutorato, laboratori, residenze, servizi, internazionalizzazione, maggiore collegamento con il lavoro e un’offerta capace di parlare anche agli studenti adulti e lavoratori. Resta, tuttavia, il fatto che il sistema nazionale di finanziamento e di assegnazione delle risorse penalizza strutturalmente un’università che opera in un’isola come la nostra. Per questo propongo di utilizzare l’autonomia speciale della Sardegna per costruire un modello di finanziamento più stabile e programmabile».

Le sedi gemmate sono un investimento strategico o rischiano di diventare un costo non più sostenibile?

«Una sede territoriale ha senso se possiede una missione riconoscibile e diventa luogo di incontro fra ricerca, formazione e vocazione del territorio. Alghero ha costruito un’identità nell’architettura, nel paesaggio e nella pianificazione; Olbia può rafforzarsi su turismo, mobilità, logistica e scienze del mare; Nuoro e Oristano possono diventare laboratori sulle aree interne, la sostenibilità, l’agroalimentare e le trasformazioni sociali. Ma non possiamo moltiplicare strutture per presidiare una bandierina sulla carta geografica o per ragioni ancora meno onorevoli».

Cagliari: alleato o concorrente?

«Oggi il sistema nazionale spinge gli Atenei a competere per studenti, risorse, corsi e finanziamenti. Sassari e Cagliari devono continuare a competere dove la competizione produce qualità, ma devono cooperare dove la frammentazione produce costi e debolezza. Occorre un nuovo sistema universitario sardo. Non penso a un’unica università regionale e nemmeno a due Atenei subordinati alla Regione, ma a due università autonome che programmano con la Regione ciò che conviene alla Sardegna fare insieme. Il futuro non è Sassari contro Cagliari. È capire quanto la Sardegna perda quando Sassari e Cagliari non riescono a fare sistema».

I Dipartimenti rischiano talvolta di trasformarsi in “repubbliche autonome” o “monarchie”. Quanto potere deve avere il rettore?

«Abbastanza per garantire una direzione comune, ma non tanto da trasformare l’Ateneo in una piramide amministrativa. Pensare che ogni potestà decisionale debba risalire al centro significa produrre lentezza, dipendenza e deresponsabilizzazione. Ma dodici Dipartimenti che procedono come dodici università separate non fanno un Ateneo. Serve sussidiarietà: le decisioni devono essere prese il più vicino possibile al luogo nel quale nascono i problemi, quando lì esistano competenze e responsabilità adeguate. Al Rettore e agli organi centrali spettano strategia, equilibrio tra strutture, programmazione delle risorse, qualità e controllo dei risultati».

L’intelligenza artificiale sta già rivoluzionando professioni e ricerca. Uniss è pronta?

«Nessuna università può dirsi pronta, perché siamo dentro una trasformazione della quale ancora non vediamo pienamente l’esito. Possiamo però decidere se esserne protagonisti o spettatori. L'intelligenza artificiale non richiede soltanto qualche nuovo insegnamento: impone di ripensare che cosa insegnare, come farlo e come valutare l'apprendimento. Ogni studente dovrà acquisire una competenza critica di base sull'IA e ogni corso dovrà declinarla nel proprio campo. Propongo, inoltre, la creazione di un “Centro di ricerca su informatica, dati e intelligenza artificiale”, un hub agile e interdisciplinare, capace di mettere insieme informatica, medicina, agraria, ambiente, economia, diritto e discipline umanistiche».

Il cambiamento climatico toccherà settori decisivi per la Sardegna. Quale ruolo può avere l’Università?

«La Sardegna può diventare uno dei luoghi nei quali il futuro arriva prima: scarsità idrica, incendi, desertificazione, trasformazioni dell’agricoltura, pressione sulle coste, nuovi modelli turistici ed energetici. È una condizione difficile, ma scientificamente ci offre anche una responsabilità straordinaria. L’Università di Sassari possiede competenze in agraria, veterinaria, biodiversità, ambiente, medicina, economia, diritto, architettura. Bisogna metterle in relazione molto più di quanto accada oggi. Il cambiamento climatico non appartiene a un Dipartimento: è esattamente il tipo di problema per il quale le discipline devono lavorare insieme».

Si chiede all’Università di essere motore dello sviluppo del Nord Sardegna. Quanto ci riesce?

«Esistono molte esperienze importanti, ma dobbiamo riconoscere che troppo spesso dipendono dalla buona volontà e dalle relazioni dei singoli gruppi di ricerca. Dobbiamo trasformare una somma di eccellenze in una strategia comune. Propongo accordi pluriennali con imprese, amministrazioni e Regione in settori strategici: agroalimentare, salute, digitalizzazione, risorse naturali, patrimonio culturale. Laboratori congiunti, ricerca applicata e formazione avanzata devono diventare normali strumenti di relazione con il territorio. L’Università è anche un’infrastruttura economica e sociale. Produce innovazione, occupazione qualificata e capacità istituzionale».

Sassari si definisce città universitaria. Quanto lo è davvero?

«Molto nella storia, meno di quanto dovrebbe nella vita quotidiana. Una città è universitaria quando gli studenti non si limitano a frequentare le lezioni e poi scompaiono. Quando abitano la città, frequentano i suoi spazi, ne animano il centro, producono economia e relazioni. Vorrei arrivare a un punto nel quale non fosse più necessario definire Sassari città universitaria. Dovrebbe vedersi camminando per strada».

Guardiamo al 2032. Quale risultato le farebbe dire di avere centrato il suo obiettivo?

«Se nel 2032 potessimo dire che l’Università di Sassari non si è limitata a resistere alla crisi demografica, ma è diventata una delle istituzioni che hanno aiutato la Sardegna a reagire, quello sarebbe per me il risultato più importante».

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