Violenza e bullismo on line fra giovanissimi, è allarme: il fenomeno in Sardegna è fuori controllo
Il caso del bimbo di 11 anni seviziato e violentato dal branco non è isolato, l’esperto: «Anche i genitori sono assenti»
Sassari L’argine era necessario ed è un buon punto d’inizio. Limitare o proibire l’uso dei social network ai giovanissimi è ormai diventata un’esigenza irrinunciabile e il nuovo Kids Act dell’Unione europea è forse il primo passo in questo senso. Anche perché, negli ultimi anni il fenomeno della violenza tra ragazzi, che sia online o no, è cresciuto. Anche in Sardegna.
La conferma arriva da Luca Pisano, psicologo e direttore dell’Osservatorio Cybercrime della Sardegna, che spunta la lista degli episodi più frequenti nella quotidianità del giovante utente dei social: «Insulti, denigrazioni, diffamazione online aggravata, diffusione di materiale pedopornografico o minaccia di diffonderlo. È questo quello che succede online sostanzialmente tutti i giorni – spiega Pisano – con un enorme problema a monte: negli ultimi anni il fenomeno è cresciuto».
Gli allarmi lanciati negli ultimi dieci anni sono passati senza lasciare effetti: «Ora in Sardegna vediamo cose che prima commentavamo da lontano, magari parlando di episodi accaduti negli Usa. Ormai manca solo la sparatoria nelle scuole al computo delle atrocità commesse dai minori che, poi, le condividono sui social. Purtroppo non c’è mai stato nessun intervento concreto di prevenzione. Non bastano gli psicologi e i pedagogisti: serve una legge».
Un quadro per nulla rassicurante in cui le regole dell’Unione europea possono perlomeno indicare una nuova strada: «L’Osservatorio Cybercrime Sardegna e la Federazione italiana dei medici pediatri da anni segnalano l’esigenza di fissare limiti di età per l’accesso ai social. Ora la proposta dell’Unione europea non prevede un divieto assoluto di accesso ai social per tutti gli under 15, ma il divieto di creare e gestire autonomamente un account. Finalmente termineranno in famiglia tutte le inutili discussioni sulla privacy, tanto invocata dai figli nel momento in cui un genitore chiede di controllare i loro profili social. Ora la questione è diventata istituzionale».
Considerate le (possibili) regole dell’Ue, molto del controllo online dovrà essere esercitato dai genitori: «Che però spesso non sono presenti nelle vite digitali dei figli e, a dire il vero, nemmeno in quelle reali. È come se si fosse abbassata la capacità protettiva degli adulti – continua Pisano – che spesso minimizzano. Sento con frequenza l’affermazione “Devono fare le loro esperienze”. Il problema è che non siamo più negli anni ’80 o ’90. Allora la situazione era diversa, la parola dell’adulto aveva peso. Oggi è cambiata la situazione sociale e i rischi non riguardano solo certe zone della città o del paese. com’era un tempo. I genitori dovrebbero rendersi conto che i ragazzi sono più fragili. Lo dico perché il loro pensiero si dovrebbe strutturare attraverso l’interazione con i genitori. Se invece i ragazzi interagiscono soprattutto con contenuti digitali, non imparano a pensare. Lo capiamo quando qualcuno viene seviziato e poi diffonde online materiale pedopornografico. Non è che questi ragazzi siano meno empatici: semplicemente non hanno imparato a pensare, non hanno avuto contatto con la realtà e con i genitori».
Il problema alla base della deriva educativa che ha portato al naufragio molti giovanissimi è proprio l’incapacità di poter contare su un pensiero critico: «Quando hai contatti con i social o con l’intelligenza artificiale non puoi pensare che ti possa aiutare a capire cosa hai detto, né se quello che hai detto è corretto. È qua - aggiunge Pisano – che pesa l’assenza di quello che noi psicologi chiamiamo “terzo significativo”: il genitore, il docente, qualcuno che ti aiuti a capire chi sei e cosa vuoi diventare. I social non ti aiutano. Se ti piace la violenza, otterrai violenza». Motivo per cui, secondo Pisano, la normativa europea sarebbe dovuta essere più stringente: «È mancato il coraggio di vietare ai gestori delle piattaforme digitali di pubblicare contenuti subculturali che inneggiano alla violenza. Come ad esempio, alcune canzoni, serie tv, youtuber, anime e videogiochi che promuovono l’illegalità e qualsiasi forma di trasgressione. Perché le canzoni dei trapper devono restare nel digitale? Fanno propaganda alla violenza e sono raggiungibili in pochi click mentre i minori non dovrebbero poter accedere a questi contenuti».
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