La Nuova Sardegna

Sassari

In alta quota

Alpinisti sassaresi sul tetto del mondo: «Ora ci prenderemo il Sud America»

di Carolina Bastiani
Alpinisti sassaresi sul tetto del mondo: «Ora ci prenderemo il Sud America»

La missione di Simone Carpentiero, Carlo Gaspa e Alessandro Virdis è conquistare le Seven Summits

4 MINUTI DI LETTURA





Sassari. Larghe pendenze candide, neve che scricchiola sotto i piedi e vento che soffia senza ostacoli. Poco più avanti, a interrompere il bianco, i resti di un rifugio, dopo di che la montagna, sulla catena del Caucaso in Russia, si fa più spoglia. Mancano ancora un bel po’ di ore prima che Simone Carpentiero di Olmedo, Carlo Gaspa e Alessandro Virdis di Sassari, membri della sezione sassarese del Club alpinistico italiano, raggiungano la mèta. La vetta ovest dell’Elbrus, una delle Seven Summits, le sette cime più alte di ogni continente, è lontana. La scalata dal campo base di Gara-Bashi è iniziata da poco. Ad attenderli, quasi 12 ore di ascesa e temperature notturne fino a venti gradi sottozero, con il conforto, lungo il tragitto, di un unico rifugio di emergenza.  Un’esperienza costellata di difficoltà e rischi, quasi contro natura. Eppure, il 6 luglio scorso, alle 8.10 di mattina, i tre alpinisti hanno raggiunto i 5642 metri sul livello del mare e lì ogni fatica è stata ripagata e ogni dubbio scacciato. Una sensazione che conoscevano già, perché delle “Sette sommità” avevano raggiunto quella del Kilimangiaro, che con 5895 metri è la più alta del continente africano. La prossima sarà l’Aconcagua, che dai suoi 6962 metri di altezza spadroneggia sul resto delle Ande argentine e su tutta l’America del Sud. E poi via, a conquistare tutte le altre.

Magari tra un “chi me l’ha fatto fare” e una parolaccia, proprio come è successo sull’Elbrus. «Una ragazza emiratina di diciassette anni è tornata a casa con un vocabolario più ricco, ha imparato un sacco di brutte parole in italiano». Raccontano divertiti e con una punta d’orgoglio Simone, Alessandro e Carlo, legati da un’amicizia basata su insulti reciproci e prese in giro, ma soprattutto, dalla passione per il trekking, l’arrampicata e le vie ferrate. Tra le scalate già spuntate, anche se non sempre insieme, ci sono il Monte Rosa in capanna Margherita, il Monte Bianco e il Kala Patthar. Tuttavia, stavolta era diverso. «Questa è l’esperienza che più delle altre ci ha fatto vivere emozioni contrastanti – raccontano – frustrazione e felicità insieme». Sì perché quando un alpinista intraprende una scalata del genere sa già che, lungo il percorso, non starà bene quasi mai. Ecco il perché delle parolacce. Ma ecco anche perché non bastano ramponi, corde, piccozza, casco e abbigliamento tecnico per resistere a tempeste di neve e venti fortissimi. Come non è sufficiente essere sportivi e abituati a dislivelli di almeno 1300 metri su roccia e neve. Bisogna essere anche un po’ matti. «Esattamente – concordano – il fulcro è proprio questo».

«Ma lo raccontiamo di quando Carlo ha vomitato l’impossibile a causa dell’altitudine?». Alessandro e Simone scherzano, ma conoscono bene il peso che può avere l’alta quota sul corpo e sulla mente. «Scalando si prova solo un’immensa fatica – spiegano – e la tentazione di tornare indietro anche solo per la paura è sempre molto forte. Il pericolo più subdolo è il mal di montagna, non si vede, ma ti consuma. Tutti l’abbiamo provato, sia sull’Elbrus che sul Kilimangiaro». A raccontare alcuni dei sintomi è Carlo. «Sull’Elbrus il corpo ha iniziato a reagire allo sbalzo di quota la prima sera a 3850 metri, con mal di testa e inappetenza, ma si possono provare anche fiato corto e sonnolenza. Ho passato l’intera notte a bere acqua per idratarmi, ma anche a combattere con il dubbio di non essere all’altezza, che è una delle cose più logoranti». E più si procede, più subentra l’ansia. «A 5500 metri l’aria rarefatta ti ricorda tutta la tua fragilità di uomo di fronte alla natura più cruda e vera – ricorda Alessandro – Certe volte mi mancava il fiato e ho iniziato a temere di non farcela. La guida mi ha rassicurato e mi ha dato la carica giusta per continuare fino alla vetta».

Ma quindi, alla fine dei conti, la bellezza dell’esperienza dove si nasconde? Alessandro, Carlo e Simone ne sono sicuri, si trova dopo lo Zombieland, un falsopiano dove il paesaggio è ridotto all’osso e la pendenza sul lato sinistro è aspra, come uno scivolo. E si procede misurati e lenti, proprio come gli zombie, per risparmiare le poche energie rimaste. Ma nell’ultimo pendio cambia tutto. Una volta superato il tratto più ripido si esce su una sommità ghiacciata, maestosa ma sobria, dove regnano solo neve, luce e vento. Eccola la vetta ovest a 5642 metri. «È quando raggiungi l’obiettivo che cogli davvero la bellezza del mondo intorno a te – parla Simone a nome di tutti – L’alba sull’Elbrus alle 4.30, il vento sul viso, la sensazione di essere sul tetto dell’Europa russa o su quello del continente africano. Lì capisci che valeva la pena di sopportare tutto. Un po’ come nella vita: niente è semplice e le cose belle e importanti vanno guadagnate».

Primo piano
Il rogo

Cagliari, grosso incendio in via Bacaredda – guarda il VIDEO

Le nostre iniziative