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Lo scontro

Sassari, allevamento di maiali a Caniga: «Vogliono provare a riaprire»

di Davide Pinna
L'allevamento di suini a Caniga nell'area dell'ex pollaio a Maccia d'Agliastru
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L'allevamento di suini a Caniga nell'area dell'ex pollaio a Maccia d'Agliastru

Il comitato: «Pronti alla battaglia», i titolari: «No comment»

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Sassari Forse ci sarà un secondo tempo, nella vicenda dell’allevamento dei maiali di Caniga, al centro fra autunno e inverno di un duro scontro sulle autorizzazioni che portò alla chiusura delle attività. Per il momento, dalle parti dell’ex pollaio che si affaccia sulle strade vicinali Maccia d’Agliastru e San Giorgio-Caniga, non c’è però traccia di certezze.

La pratica Suape L’unico fatto documentato è che lo scorso 24 settembre è stata presentata all’ufficio Suape del Comune una Dua (Dichiarazione unica autocertificativa) a 0 giorni, cioè una pratica che consente di avviare immediatamente un’attività senza attendere il pronunciamento degli organi competenti, con oggetto: “Avvio attività di svezzamento suini” in località “strada vicinale Maccia d’Agliastru”. Il contenuto dell’istanza, però, è ignoto. Sembrerebbe comunque che di maiali ancora non se ne siano visti, nei capannoni.

Lo stesso Antonio Moro, imprenditore agricolo di Laerru fra i promotori dell’investimento, contattato telefonicamente, sceglie di non rispondere alle domande. Ma una frase interessante, in realtà, la pronuncia, quando gli si chiede se l’attività potrebbe ripartire: «Stiamo valutando se ci sono le condizioni» dice.

Insomma, il campo per il momento sarebbe quello delle ipotesi. Tanto che già da diversi giorni diversi soggetti hanno tentato un’altra strada per avere certezze sui contenuti della pratica presentata il 24 settembre. Da un lato, i consiglieri comunali Vanni Azzena (Fi) e Mariano Brianda (Costituente per Sassari) che hanno presentato martedì scorso una richiesta di accesso agli atti. Stesso tipo di istanza che è arrivata dal comitato L’elefante nella stanza, che però ha rincarato la dose con una diffida rivolta a Comune e Asl.

Gli esiti dei due accessi agli atti, però, al momento non sono ancora noti: il contenuto dell’istanza del 24 settembre resta perciò ancora un mistero. Il comitato, però, un elemento lo presenta, anche se spiega di non poterlo confermare: la pratica riguarderebbe 999 suini, uno in meno rispetto alla soglia oltre la quale scattano le procedure autorizzative più complesse ed è appunto sufficiente l’autocertificazione a zero giorni.

Lo scontro L’allevamento di Caniga era stato al centro, fra l’autunno e l’inverno, di una durissima battaglia. Da un lato, un eterogeneo fronte di oppositori composto da residenti, preoccupati per odori, ricadute ambientali, traffico e disagi, ambientalisti e animalisti contrari all’apertura di un allevamento definito intensivo; dall’altro l’impresa agricola di Moro, con alle spalle il Gruppo Ciemme, colosso piemontese della filiera della carne suina, che respingeva al mittente gli attacchi, contestando la definizione di allevamento intensivo e difendendo la scelta di aprire l’allevamento in campagna.

La vicenda era esplosa nell’autunno del 2025, quando l’avvio dell’allevamento aveva innescato le proteste. Dopo le verifiche della Città Metropolitana, il Comune aveva annullato le autorizzazioni presentate tramite la procedura Suape, contestando soprattutto l’assenza dei sistemi previsti per captare e abbattere le emissioni “odorigene” e altre carenze tecniche della documentazione.

L’azienda aveva però continuato l’attività, sostenendo di essere in regola e annunciando battaglia legale. A febbraio anche l’Asl aveva disposto il blocco dell’ingresso di nuovi animali e lo svuotamento dell’allevamento entro trenta giorni. Il tribunale amministrativo di Cagliari aveva infine respinto a luglio il ricorso della ditta contro l’annullamento delle autorizzazioni. Secondo i giudici, il Comune di Sassari aveva esercitato correttamente il potere di autotutela e aveva motivato adeguatamente la decisione, richiamando l’interesse pubblico alla tutela dell’ambiente e della qualità dell’aria.

E ora? Il presidente del comitato L’elefante nella stanza, Fabio Porcu, spiega di essere pronto a dare nuovamente battaglia. La contestazione principale si muove su un piano urbanistico: «I capannoni sono classificati come magazzini, non come stalle e perciò l’allevamento lì non può sorgere, perché manca la conformità urbanistica». Un elemento che, secondo il comitato, dovrebbe chiudere la partita una volta per tutte: «Se arriverà il nulla osta o scadrà il periodo del silenzio assenso presenteremo un esposto in procura. Stavolta non aspetteremo l’avvio delle attività».

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