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Sassari

La storia

Una vita all’Anas, ora lo sfratto: il dramma di una 73enne malata di tumore

di Nadia Cossu
Una vita all’Anas, ora lo sfratto: il dramma di una 73enne malata di tumore

Ha lavorato per 42 anni e deve lasciare l’immobile dell’Azienda nel quale vive. «L’ho ristrutturato a mie spese. Ho perso mio figlio e ho un cancro, dove andrò?». I legali si rivolgono al Tar

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Sassari Ha trascorso 42 anni della sua vita lavorando per l’Anas. Ha visto crescere suo figlio, lo ha accompagnato in una lunga e dolorosa battaglia contro un tumore al cervello, fino a quando, nel 2007, è morto. Sta affrontando a sua volta una malattia oncologica, con due interventi chirurgici e le cure che ancora oggi la costringono a spostarsi fino a Milano.

E adesso, a 73 anni, rischia di perdere anche la casa nella quale ha ricostruito non soltanto le mura che – quando entrò per la prima volta – erano decadenti, ma un pezzo della propria vita. Anas, però, è tassativa: quell’abitazione deve essere restituita. Dietro questa richiesta, a suo modo legittima, c’è la storia di una donna che, dopo aver dato all’Ente oltre quattro decenni di lavoro, si ritrova a non sapere dove andare.

La vicenda riguarda una casa cantoniera in località “Peraponte”, ad Alghero, a pochi passi dalla spiaggia del Lazzaretto. Un immobile che all’epoca dell’assegnazione, avvenuta quando la donna era ancora dipendente Anas, si trovava in condizioni estremamente precarie. Poco più di un rudere, concesso in locazione dietro il pagamento di un canone. È stata lei, nel corso degli anni, a investire le proprie risorse per rimetterlo in piedi, sostenendo i lavori necessari a trasformarlo in un’abitazione bella e funzionale. Una casa diventata il suo rifugio proprio mentre la vita le presentava prove durissime.

Prima la malattia del figlio: una diagnosi terribile, le terapie, la speranza di un miglioramento e poi il crollo. Nel tentativo disperato di salvarlo, la donna ha speso tutto quello che aveva, affrontando anche la cura Di Bella. Ma nel 2007 il ragazzo è morto. Un dolore che si è aggiunto alla perdita del marito e che ha segnato profondamente la sua esistenza. Poi è arrivata la sua malattia. Anche lei ha dovuto fare i conti con un tumore, due interventi chirurgici e trattamenti chemioterapici. Ancora oggi è seguita allo Ieo di Milano e deve continuare a sottoporsi alle cure. Nel frattempo, però, il rapporto con l’Anas si è progressivamente complicato.

Dal momento del pensionamento, nel 2016, l’Azienda ha iniziato a chiedere la restituzione dell’immobile. Una richiesta che si è trasformata in un provvedimento di sgombero nel 2025, con l’intimazione a lasciare immediatamente l’abitazione. La signora, assistita dagli avvocati Edoardo Morette e Salvatore Deriu, ha deciso di rivolgersi al Tar Sardegna. La richiesta di sospensione del provvedimento è stata respinta e a quel punto i legali hanno tentato un’altra strada: aprire un confronto con la direzione dell’Anas, cercando una soluzione che potesse tenere conto anche della particolare situazione personale della loro assistita. Non una pretesa di occupare indefinitamente l’immobile, ma la possibilità di concordare tempi più lunghi per il rilascio oppure di valutare un nuovo contratto di locazione, con un canone stabilito a condizioni eque. Una proposta di interlocuzione che, però, non ha trovato disponibilità da parte dell’Ente.

Ed è qui che la vicenda assume un significato che va oltre la controversia “amministrativa”. Da una parte c’è l’Anas, che rivendica il diritto di rientrare in possesso di un immobile di sua proprietà. Dall’altra c’è una donna di 73 anni, che ha lavorato per la stessa azienda per oltre quarant’anni, che ha perso un figlio, ha affrontato una grave malattia e che oggi non dispone delle risorse economiche per acquistare un’altra abitazione, né della forza fisica per cercarne un’altra in locazione in tempi rapidi. Non chiede necessariamente di restare per sempre, ma almeno di non essere costretta ad affrontare un nuovo e improvviso stravolgimento della propria vita.

«Sono rimasta vedova, ho speso tutti i miei soldi per cercare di salvare mio figlio – spiega la signora con un filo di voce – Adesso lui non c’è più e io sono malata. Ho lavorato per oltre quarant’anni per l’Anas e non dispongo delle risorse necessarie per comprare un’altra casa. Dove potrò andare?».

Una domanda che racchiude tutta la disperazione di questa storia. La donna è ora in attesa della sentenza del Tar, ma nel frattempo il provvedimento di rilascio resta in piedi e il rischio di dover abbandonare per sempre l’abitazione è concreto. La questione, dunque, non è soltanto stabilire a chi spetti legittimamente quell’immobile. È capire se, davanti a una situazione umana così difficile, possa esserci spazio per una soluzione meno traumatica.

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