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Il Gambero rosso incorona “Zibbo”, il cannonau è stato inserito tra i 50 vini rari d’Italia

di Luciano Piras
 Il Gambero rosso incorona “Zibbo”, il cannonau è stato inserito tra i 50 vini rari d’Italia

Mamoiada cresce con le sue vigne

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Mamoiada «La mia idea è sempre stata quella di produrre vini sani e di carattere, che potessero raccontare al mondo il luogo in cui nascono: Mamoiada». Fiero e orgoglioso, Marco Canneddu racconta una lunga storia di famiglia e di passione. Lui, oggi 33enne, aveva appena 22 anni quando ha messo in piedi la Cantina Canneddu, nel 2015, una piccola realtà già pluripremiata che ha trasformato una tradizione amatoriale in un vero e proprio lavoro. «Fin da bambino osservavo mio padre lavorare in vigna e fare il vino – ricorda con un sorriso grande così –. Da lui ho imparato che prima ancora di fare un buon vino bisogna saper lavorare bene la terra». Un punto fermo, trasmesso da generazione in generazione. Il padre di Marco, Tonino, a sua volta ha imparato a lavorare la vigna e a fare il vino dal padre Raffaele, meglio noto in paese e tra gli amici come tziu Boelle “Zibbo”. Il nome Ed è proprio “Zibbo” il nome con cui è stato battezzato il cannonau appena inserito dal Gambero rosso tra i 50 Vini rari d’Italia, un riconoscimento speciale riservato alle produzioni limitate, identitarie, alle etichette considerate all’altezza dei migliori Tre Bicchieri.

Un tributo particolarmente significativo per lo “Zibbo 2023”, 3.197 bottiglie in tutto, testimone di un patrimonio viticolo raro e fragile, che necessita di essere salvaguardato. “Zibbo”, vinificato in purezza, da uve provenienti dalle vigne storiche, comprese piante ultracentenarie. Viene lasciato maturare lentamente, circa due anni in grandi botti di rovere, seguiti da un lungo affinamento in bottiglia prima di arrivare sul mercato. “Zimò”, invece, è l’altro cannonau, più fresco e giovane, della Cantina Canneddu. Ci sono, poi, lo “Zibbo Rosé” e “Delissia”, il bianco prodotto con Granazza, vitigno tradizionale della Barbagia, un vino segnalato tra gli assaggi più interessanti della Slow Wine Fair edizione 2025. Quattro etichette differenti, insomma, in quantità limitate e numerate, con un’unica idea alla base: raccontare Mamoiada attraverso i suoi vitigni, le sue vigne e il suo carattere.

Il custode

«Non mi considero semplicemente un produttore di vino – spiega, infatti, Marco Canneddu –. Mi sento un custode di questo territorio». Un territorio che cresce in modo esponenziale con i suoi vini e le sue cantine, che negli ultimi decenni ha saputo imboccare una svolta socioeconomica decisiva, anche grazie a una nuova generazione di giovani vignaioli che stanno recuperando e valorizzando le antiche vigne del paese. L’esperienza Così ha fatto anche Marco Canneddu, già dal 2015. Nello stesso periodo ha intrapreso il percorso di studi in Viticoltura ed enologia, all’università di Oristano, proprio con l’obiettivo di affiancare all’esperienza maturata accanto al padre le conoscenze tecniche e le possibilità offerte dall’enologia moderna. Non per sostituire la tradizione con la tecnologia, ma per farle convivere. Ecco perché oggi «la Cantina Canneddu è prima di tutto un’azienda familiare, volutamente artigianale». Da un lato, c’è Marco, che segue direttamente le vigne, la cantina e tutte le scelte produttive. Dall’altro, ci sono il padre Tonino, che continua a dare il proprio contributo soprattutto nei lavori in vigna; la madre Anna, che si occupa della vendita e affianca la gestione commerciale; mentre la sorella Grazia segue la contabilità e la gestione dei clienti.

La famiglia

Una storia e una sfida di famiglia che si muovono lungo una linea ben precisa: da una parte il “sapere” trasmesso dal nonno al padre e dal padre al figlio; dall’altro, lo studio, l’innovazione e la volontà di confrontarsi con un mondo del vino in continua evoluzione. Al centro di tutto resta la vigna, sua maestà la vigna: quella più giovane e quella più antica, quella che può essere lavorata con gli strumenti moderni e quella che ancora oggi richiede l’utilizzo dei buoi per l’aratura, quella che produce quantità maggiori e quella che regala appena pochi grappoli per pianta. È lì che, secondo Marco Canneddu, si trova il vero valore del suo lavoro. «Perché custodire il territorio significa anche accettare i suoi tempi, rispettarne i limiti e preservare ciò che è arrivato fino a noi» sottolinea.

La scelta

È la legge di Madre natura. Le uve, non a caso, vengono raccolte manualmente e, una volta arrivate in cantina, il vino viene seguito passo dopo passo durante il suo percorso, accompagnandolo nella fermentazione, nella maturazione e infine nell’imbottigliamento, cercando di intervenire il meno possibile. È questa la filosofia di Marco Canneddu: «Non costruire il vino in cantina, ma lasciarlo maturare rispettando il lavoro fatto in vigna». Produrre vino significa prima di tutto preservare la vigna. Le piante vengono seguite una per una, la cura è costante. «È un lavoro faticoso, lento e poco compatibile con la logica della quantità In queste vigne le rese sono bassissime. Significa lavorare un intero anno per arrivare alla vendemmia e raccogliere appena pochi grappoli per pianta» chiude il giovane vignaiolo che preferisce sempre la qualità ai numeri.

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