La Nuova Sardegna

La polemica

Su internet anche la foto della “dea Desirè Manca”: «Ne ho visto di peggio»

di Luigi Soriga
Su internet anche la foto della “dea Desirè Manca”: «Ne ho visto di peggio»

L’assessora: «Gli insulti fanno male, ma io non cambio»

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Sassari Il titolo è quasi mitologico: “La Dea Desirè”. Ma l’altare è quello sbagliato, perché poggia su un sito spazzatura che trasforma le donne in figurine da collezione, in trofei digitali. Anche l’assessora regionale al Lavoro Manca si ritrova in Phica.net. 689 visualizzazioni, cuoricini e pollici alzati. Basta questo a trasformare un’assessora in divinità?

«Io dea? No vabbè. Se c'è una piena di difetti quella sono io. E poi dea sa di piedistallo, di persona distante. Invece io non ho l’aureola, sono una che sta con i piedi per terra e tra la gente. Non è proprio un appellativo che mi si addice.

Preferisce assessora?

«A dire il vero non mi piace nemmeno questo, suona meglio al maschile: assessore. Ma quello al quale non mi abituerò mai è quando mi chiamano onorevole. Capisco che la politica sia fatta di titoli, ma quanto è meglio una semplice Desirè».

Si aspettava di finire su Phica.net?

«Ma sì, ci poteva stare. Sono dodici anni che faccio politica e me ne hanno fatto di molto peggio. Più che altro non ne sapevo nulla, l’ho appreso leggendo i giornali. Nessuna segnalazione».

Eppure la dea Desirè, politica italiana, non è passata inosservata: quasi 700 visualizzazioni. Però non potrà mai leggere i commenti.

«Posso immaginarne il tenore. Non dico di averci fatto il callo, perché non ci si abitua mai alla violenza sessista, e guai se ci si abituasse. Però sono sempre stata un bersaglio per il mio modo di essere. E io la mia personalità e la mia libertà di esprimerla la difendo con tutte le forze. Ho denunciato diverse persone per commenti offensivi sulla mia fisicità, e vado dritta per la mia strada. Desirè è così e non cambia».

Certi post la feriscono?

«Mi fanno male eccome. È impossibile farseli scivolare sopra come se nulla fosse. Sono una donna, ho 52 anni, ho i miei nervi scoperti. Ho imparato ad accettarmi con i pregi e difetti, e sinceramente sto bene con me stessa. Sono anche consapevole che la mia esuberanza sui social la pago a caro prezzo. Perché poi, nella realtà, quando ci si guarda negli occhi, le persone non hanno lo stesso coraggio di insultarti. Mi rattristano le donne, che si dimostrano le più spietate. Dovrebbe esserci solidarietà di genere, sostegno reciproco, e invece infelicità e frustrazione fanno impregnare i polpastrelli di veleno gratuito».

Era così fuori dagli schemi anche da ragazzina?

«Sono sempre stata così. Ero la pecora nera della famiglia, ribelle ma simpatica, con le scollature e i tacchi, e i capelli viola nel periodo punk. Figuriamoci se mi facevo omologare dalla politica. All’inizio della mia carriera, un esponente di peso mi disse: se vuoi fare strada dovresti essere più seria. Ma la serietà non si pesa dal decoltè, la si dimostra con i valori, i principi e le battaglie».

Suo figlio l’ha mai criticata?

«Marco mi ha conosciuto così da quando è nato. Andavo a prenderlo a scuola vestita a modo mio, lo portavo al catechismo con le mie scollature. Mi vuole bene e mi apprezza per quello che sono. Gli ho sempre insegnato questo: la diversità è una grande ricchezza e va preservata. Si tende troppo a uniformarsi, ma che noia un mondo dove tutti sono simili. Quanto è più bello e stimolante il confronto con chi è diverso da te?». 

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