Omicidio di Cinzia Pinna, la lettera di Ragnedda dal carcere: «Ha riscritto la narrazione, al centro c’è lui e non la vittima»
La criminologa Roberta Bruzzone analizza le parole dall’assassino: «La ragazza è confinata sullo sfondo»
Sassari Non un atto di dolore, ma un sofisticato tentativo di riscrivere la narrazione e di spostare il baricentro dalla vittima a sé stesso. In poche parole, è questa l’operazione che secondo la criminologa e psicologa forense Roberta Bruzzone ha cercato di portare avanti Emanuele Ragnedda con la lettera scritta dal carcere a poco più di un anno dall’assassinio di Cinzia Pinna, di cui è autore.
Secondo Bruzzone, con un’accurata scelta di parole, Ragnedda ha provato a trasformarsi nel soggetto da comprendere, proteggere e assolvere prima di tutto sul piano morale. Su quello giudiziario si vedrà a partire dal prossimo 10 novembre, quando inizierà il processo a suo carico.
Reo confesso, Ragnedda è imputato per omicidio volontario aggravato da motivi abietti e dall’aver adoperato sevizie e crudeltà alla persona, occultamento di cadavere, calunnia nei confronti dell’amico Luca Franciosi e cessione di cocaina.
«Le parole sono scelte con estrema cura – spiega la criminologa analizzando il testo della lettera –. Si parla di “due esseri umani”, entrambi con “criticità e positività”, mettendo sullo stesso piano chi non c’è più e chi invece è vivo e può ancora raccontare la propria versione. È un’equiparazione che trovo profondamente disturbante, perché rischia di produrre una falsa simmetria tra posizioni che, almeno sul piano degli esiti, simmetriche non sono affatto».
E poi il passaggio secondo Bruzzone più significativo, il tema principe su cui Ragnedda basa la propria difesa. «Lui non avrebbe agito – continua – avrebbe “reagito”. Non avrebbe scelto, sarebbe stato costretto dall’“istinto di sopravvivenza”. Non avrebbe prodotto volontariamente un esito letale: sarebbe accaduto qualcosa di “tragico quanto involontario”. È il lessico classico della deresponsabilizzazione: l’azione viene progressivamente spogliata della sua dimensione decisionale e trasformata in una sorta di automatismo inevitabile».
Per la Procura di Tempio l’aggressione di cui parla Ragnedda, non è mai avvenuta: è stato un mero pretesto per sfogare la sua violenza e volontà di sopraffazione nei confronti della vittima. E poi, nella lettera, il riferimento ai dodici giorni, cioè il periodo trascorso tra l’omicidio e il ritrovamento del corpo di Cinzia. Giorni durante i quali Ragnedda dice di non aver avuto la forza di raccontare tutto alle autorità, “vissuti – parole sue – in uno stato di incredulità e angoscia”. «Non viene realmente affrontato il significato di quel silenzio – spiega Bruzzone – ci si limita a riconoscere che avrebbe provocato ulteriore dolore ai familiari. È pentimento periferico. Non si entra nel merito della condotta, ci si concentra sull’effetto emotivo che essa avrebbe avuto sugli altri». E poi un’altra frase che secondo la criminologa è significativa da un punto di vista psicologico e comunicativo: “circostanze che solo chi come me ha vissuto può davvero capire”.
«È un dispositivo retorico potentissimo – dice Bruzzone – perché sottrae il racconto alla possibilità di essere messo in discussione: io solo posso capire, voi no. E dunque la mia versione diventa, implicitamente, inattaccabile sul piano umano». «Il processo stabilirà responsabilità, dinamica e rilevanza delle prove. Questo è il terreno del garantismo, e nessuno serio dovrebbe anticipare sentenze – continua la psicologa –. Ma il garantismo non obbliga a sospendere l’analisi delle parole. E queste parole raccontano qualcosa di molto preciso: un uomo che, mentre dichiara di assumersi la responsabilità, costruisce contemporaneamente un’intera architettura linguistica per spiegare perché quella responsabilità sarebbe limitata, necessitata, imposta dagli eventi».
E secondo Roberta Bruzzone il cortocircuito della lettera è proprio lì: «“mi assumo la responsabilità”, ma ecco una lunga sequenza di ragioni per cui quella responsabilità, sostanzialmente, dovrebbe ricadere altrove». E Cinzia, invece, la vera vittima, tra tutte quelle parole dov’è? «È confinata sullo sfondo. È evocata, ma non è il centro. Il centro è lui. La sua sofferenza. La sua angoscia. La sua sopravvivenza. La sua versione. La sua necessità di essere compreso. Ed è forse proprio questo l’elemento più stridente: anche davanti a una donna morta, la narrazione ruota ancora intorno all’uomo che è rimasto vivo». (carolina bastiani)
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