I ragazzi feriti nel crollo alla Rotonda di Platamona, il pm chiede l’assoluzione per gli imputati
Undici anni fa una porzione di muro si sbriciolò e i massi travolsero i bagnanti, per la Procura fu un evento imprevedibile
Sassari A undici anni dal crollo del muro alla Rotonda di Platamona si avvia a conclusione il processo a carico di cinque imputati che all’epoca dei fatti (2015) erano funzionari nei Comuni di Sorso e di Sassari. E proprio la competenza “territoriale” del luogo in cui avvenne la frana ha rappresentato nel processo uno spartiacque importante.
Il crollo
Un evento potenzialmente catastrofico perché quel pomeriggio del 21 luglio 2015 un gruppo di ragazzini era seduto in spiaggia all’ombra del muro, non avevano fatto in tempo a scappare e a mettersi in salvo quando i massi avevano cominciato a rotolare. Uno di loro era addirittura rimasto incastrato con la testa tra due grosse pietre. Le conseguenze cliniche erano state molto serie: rianimazione, varie fratture, lungo ricovero in Ortopedia, operazioni chirurgiche e un percorso psicologico importante. Ieri il pubblico ministero Giovanni Dore – evidenziando, come venne accertato nel 2023 da una sentenza del giudice civile, che la Rotonda ricadesse interamente nel Comune di Sassari – ha chiesto l’assoluzione di Maurizio Loriga, Mauro Salvatore Cappai e Marco Delrio (difesi dall’avvocato Gabriele Satta) per non aver commesso i reati di crollo colposo e lesioni colpose «tenuto conto del loro impiego presso il Comune di Sorso all’epoca dei fatti». Assoluzione sollecitata – seppure con una formula differente (perché il fatto non costituisce reato) – anche nei confronti degli imputati Marge Cannas e Claudio Castagna (difesi dall’avvocato Nicola Satta), all’epoca rispettivamente dirigenti del settore Mobilità e Infrastrutture e del settore Pianificazione urbanistica e Edilizia privata del Comune di Sassari. Il pm Dore, soffermandosi sulle loro posizioni, ha sottolineato «l’assenza dell’elemento essenziale della colpa». Secondo l’accusa, dalle prove raccolte nel dibattimento non sarebbe emersa alcuna violazione di norme tecniche specifiche. Non sarebbero stati rilevati segnali evidenti di deterioramento della struttura, né fenomeni atmosferici o geologici tali da far prevedere il crollo. Inoltre, il muro non presentava deformazioni, cedimenti del terreno o altri indizi che imponessero interventi straordinari. Il pubblico ministero ha contestato anche alcune conclusioni del perito nominato dal Tribunale, in particolare quelle relative all’azione del moto ondoso, osservando che la presenza di una barriera di scogli e le caratteristiche dell’area non consentivano di prevedere il deterioramento interno della struttura.
Le cause
In sostanza, per l’accusa il crollo fu causato dal progressivo deterioramento del materiale calcareo interno, aggravato dall’ingresso della salsedine: un fenomeno che, all’epoca dei fatti, non era prevedibile né conoscibile dai dirigenti comunali. «La prevedibilità è l’essenza della colpa – ha rimarcato nella sua arringa l’avvocato Nicola Satta – ma cosa avrebbero potuto “vedere prima” i due funzionari Cannas e Castagna? Su una struttura degli anni Cinquanta che non presentava alcun segno visibile di cedimento?». A rimarcare l’insussistenza dell’elemento psicologico a carico degli imputati è stato anche l’avvocato Gabriele Satta. Il giudice Monia Adami ha rinviato al 14 luglio per la sentenza.
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