Una ferita che deve restare aperta
Il ricordo ci deve insegnare a rimanere vigili, perché gli errori non si ripetano
C’è un momento, ogni anno, in cui il tempo sembra rallentare. Accade il 27 gennaio, Giorno della Memoria, quando il rumore del presente si abbassa e lascia spazio a voci lontane, spesso spezzate, ma ostinatamente vive. Non è una ricorrenza come le altre: non celebra una vittoria, non chiude una ferita. La tiene aperta, perché non smetta di farci sentire. La Memoria non è solo un elenco di numeri, pur immensi. È un cappotto troppo leggero per l’inverno polacco, un nome scritto a matita su una valigia, una fotografia tenuta in tasca fino all’ultimo. È l’odore dei forni che non se ne andava, il freddo che entrava nelle ossa, la fame che divorava anche i pensieri. Sei milioni di ebrei uccisi non sono una cifra: sono sei milioni di vite interrotte, di futuri cancellati, di parole non dette. Nei campi di sterminio il male non aveva un volto mostruoso, ma uno spaventosamente normale. Uomini che compilavano moduli, che obbedivano, che “facevano il loro lavoro”. È forse questa la lezione più dura: l’orrore non nasce sempre dall’odio urlato, ma dall’indifferenza quotidiana, dal voltarsi dall’altra parte, dal pensare che non sia affar nostro. Ricordare oggi significa assumersi una responsabilità. Non solo verso il passato, ma verso il presente. Perché la Memoria non serve se resta chiusa nei libri di storia o nelle cerimonie ufficiali. Serve se ci rende più vigili quando qualcuno viene escluso, deriso, disumanizzato. Serve se ci insegna a riconoscere i primi segnali, prima che sia troppo tardi. I testimoni diretti stanno scomparendo, e con loro una voce insostituibile. Tocca a noi raccoglierla, con rispetto e onestà. Raccontare, studiare, trasmettere. Anche quando è scomodo, anche quando fa male. Il Giorno della Memoria non chiede lacrime rituali. Chiede attenzione. Chiede coscienza. Chiede di non dimenticare, perché dimenticare è il primo passo per permettere che accada di nuovo.
*Francesco frequenta il Liceo Gramsci a Olbia
