La crisi del commercio, in Sardegna chiudono due negozi al giorno: è allarme nei centri storici – I dati
L’allarme di Confcommercio e Confesercenti. Resistono solo bar e ristoranti
Sassari Serrande che si abbassano e sempre più spesso non si rialzano più. In Sardegna il commercio di vicinato continua a perdere pezzi ogni giorno di più. Il confronto dei dati degli ultimi sei mesi è impietoso: al 31 dicembre 2025 i piccoli negozi nell’isola erano 23mila e 915. Al 30 giugno sono scesi a 23.622. Un saldo negativo di 293 attività, quasi due al giorno.
Lo scorso anno le chiusure complessive sono state 1450. Dietro ai numeri c’è una trasformazione profonda delle nostre città e dei paesi: spariscono botteghe, alimentari, negozi di abbigliamento, mentre avanzano bar e ristoranti, 1 in più al giorno, grande distribuzione e acquisti online. Il rischio, avvertono le associazioni di categoria, non è solo economico: è la desertificazione commerciale, con quartieri e centri minori senza servizi e socialità.
«Siamo nel bel mezzo di una tempesta, un processo che sembra quasi irreversibile», dice Roberto Bolognese, presidente regionale di Confesercenti. «Se la tendenza resta questa, a fine anno il saldo negativo potrebbe avvicinarsi alle 600 attività». Le ragioni sono tante: «c’è la concorrenza ormai prepotente dei negozi online che ha preso tante quote di mercato. E poi ci sono i grandi centri commerciali: la Sardegna ha una proporzione di metri quadrati gigantesca rispetto al negozio di vicinato». Per Bolognese pesa anche un cambiamento nelle abitudini degli acquirenti. «In tanti si rivolgono sempre di più verso i negozi specializzati e le grandi strutture». Per Bolognese servono subito interventi mirati.
«Stiamo raccogliendo le firme per una proposta di legge sulle zone economiche speciali di prossimità, territori da individuare insieme a Comuni, Regioni e associazioni dove ci sarà una fiscalità di vantaggio » per chi apre ma anche per chi già è in attività». Sul fronte regionale chiede di rivedere la legge 5 sul commercio, giudicata «ormai obsoleta». E aggiunge altre proposte: «Bonus spopolamento nei piccoli comuni anche per gli esercizi esistenti, incentivare i ricambi generazionali e favorire il recupero di locali sfitti».
Preoccupato, e non poco, anche il presidente regionale di Confcommercio Bastianino Casu che punta il dito prima di tutto sull’assenza di regole: «dal 2003 siamo costretti ad assistere quasi da spettatori a una politica nazionale di liberalizzazione totale sia degli orari che delle licenze. Un tempo c’era la possibilità di un minimo di programmazione. Il risultato è stato un sistema cresciuto senza un disegno razionale e un’anarchia totale. La grande distribuzione ha preso il suo spazio e il piccolo negozio si è ritrovato in difficoltà. Ci sono centri, anche in Sardegna, nei quali non c’è neanche un negozio di generi alimentari in tutto il paese.I bar ristoranti, invecem soffrono di una vivacità eccessiva di aperture e di chiusura perché poi alla fine ci pensa il mercato a riequilibrare tutto».
Anche per Confcommercio serve dunque tornare a governare il fenomeno. «Bisognerebbe cominciare a mettere un po’ di punti fermi per controllare questa eccessiva liberalizzazione che alla fine porta all’anarchia». Non per chiudere il mercato, precisa, «ma per dare un minimo di regolamentazione», obiettivo sul quale è aperto anche il confronto con la Regione per il nuovo piano del commercio sul quale sta lavorando l’assessorato regionale. «Il problema della chiusura dei negozi – secondo Casu – va affrontato direttamente nei territori dove la presenza del commercio di vicinato è fondamentale. È necessaria per la vita stessa delle città, dei quartieri, dei piccoli centri, altrimenti rischiano di diventare solo dei grandi dormitori». Se non si interviene le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. «Una desertificazione commerciale e anche una perdita di quella socialità che ci ha sempre contraddistinto. Perché i piccoli negozi - conclude Casu – sono l testimonianza concreta che lì esiste una società».
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